Imparare a vicenda

Edmondo era, per quei tempi, un cantastorie abbastanza conosciuto. Viveva bene di quel mestiere che non lo obbligava a sudare nei campi né a portarsi dietro pesanti arnesi da lavoro. “Amo il violino perché è come me: vuoto dentro e quindi leggero!” Amava ripetere su ogni piazza del mercato prima di iniziare il suo spettacolo.
Faceva stampare le sue storie nell’antica tipigrafia del Mursi, dietro il mercato dei fiori. Le appendeva con una molletta ad un filo che tirava appena arrivato nel punto di ritrovo. E poi, per la gente che passava, recitava questa specie di antico telegiornale.
Storie di omicidi crudelissimi o di giudici spietati. Di impiccati e di cornuti. Di vescovi che conoscevano più la contabilità della castità. Di contadini sciocchi e di commercianti che restavano fregati.
Si aiutava con qualche cappello che, agli occhi del suo pubblico sepre nuovo, lo facevano entrare in storie e personaggi sempre diversi. Alla fine un cappello diventava la cassetta per le offerte e le storie stampate venivano vendute per un soldo.
Non era ricco, no. Ma non si poteva certo lamentare, se dovessimo confrontare la sua vita di artista a quella faceva prima.
Ma ogni giorno in cui, per quaresime o lunari, non si esibiva, non mancava di uscire presto di casa.
Andava in silenzio in riva al mare. Prima che la notte finisse. Lasciava la bicicletta in un fosso, perché non la vedesse nessuno, e cominciava a camminare.
Marciava senza parlare per ore. All’altezza esatta in cui il mare, col suo andirivieni, rendeva la sabbia della giusta consistenza. Era come se il mare, davanti a lui, gli disegnasse la strada da seguire.
E camminava, camminava, camminava. A volte usava questo tempo per pensare alle sue storie. A volte solo per lasciarle fuori dalla sua mente, e riempirla solo del rumore del mare. Sempre cercava di tornare a quel momento in cui la notte si fa chiarore e piano piano si convince che non è tempo. In cui la notte si incrina, si crepa e si dissolve. Edmondo amava quel momento di indefinita consapevolezza di notte che si scioglie, ma aveva sempre avuto il pudore di non cercare le parole per definirlo.
Quindi camminava, camminava, camminava. Spesso si chinava a prendere una conchiglia e poi un’altra, senza capire cosa farne. Ma raccoglierle nel lembo della camicia girata era già il suo tesoro.
Camminando una mattina vide una figura lontana, nella spiaggia deserta. All’inizio gli era sembrata una vela bianca, rimasta incastrata chissà come sulla spiaggia. Forse era un prestito che il mare aveva restituito alla riva quella notte. Avvicinandosi cercava di ricondurla a una forma nota, ma no: non poteva essere una vela. Si avvicinò ancora, senza deviare dalla sua corsia di sabbia. Il triangolo bianco cominciava a prendere forma, la forma di una donna.
Sedeva in quella lunga veste senza maniche su un tronco spezzato. La mareggiata del giorno prima aveva portato sulla battigia quella specie di sedile. L’aveva lasciato così, con poca cura, parallelo al mare.
Edmondo non amava incontrare persone nella sua liturgia mattutina. Ma quella volta si fece rapire dalla scoperta di quella che sembrava una vela e poi sembrava una donna sola. Non aveva intenzione di parlarle ma lei fece “Cosa ci fate qui? Sapete che è pericoloso?”
E lui “Se è pericoloso per me lo è anche per voi”
“Le guardie del Re mi conoscono. Non hanno motivo di impiccare me, per avermi trovato sulla spiaggia della tenuta di Capo Ventoso”
La mareggiata del giorno prima doveva aver rovinato la staccionata del confine. Edmondo si trovava dove non poteva, ma senza capire bene come ci fosse arrivato. Fu preso da un lampo di pensieri contrastanti. Proseguire, tornare sui suoi passi, scappare. Invece si fermò.
Si mise a sedere sul lato libero del tronco, svuotando sulla sabbia il suo prezioso carico di conciglie quasi bianche.
“Ma io vi conosco: siete il poeta, il cantastorie” disse la donna. “Oh quanto vorrei che mi raccontaste della vita, e di come la si vive”.
Lui rispose con un mezzo sorriso. “E voi mi sapreste insegnare il mare?”
“Il mare è lì. Lì davanti: eccolo”
E lui “Avrei detto la stessa cosa della vita. Ma non so se avrei saputo solo parlare o anche ascoltarmi”
Restarono così senza parole. Sguardi paralleli verso il mare infinito che con un’onda li chiamava e con quella dopo li respingeva. Non cercavano le parole giuste per piacersi. Erano completi così. Con questa vicinanza casuale. Così vicini che a tratti il vento prendeva a sberle i piedi di lui con un lembo della gonna di lei. Così vicini che nel fischio continuo del vento lei aveva il dubbio di averci sentito un sospiro di lui, ma poi no, mi sarò sbagliata.
Non si sa quanto restarono lì. Forse un solo minuto. Forse solo il tempo infinito che serve per capire il mare.

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