Il volo sospeso della farfalla

macaone

Sì è vero, io sono quello che odia le sorprese. No, sono sempre quello: non ho cambiato idea. Le sorprese mi infastidiscono ancora. Ma oggi per un attimo sono rimasto sospeso. Rapito da una sorpresa che mi ha riempito di una gioia semplice.
Mi è successa una cosa del tutto naturale, ma che, a guardarla con con la messa a fuoco macro del nostro egocentrismo, sembra una cosa del tutto speciale.
Mi si è posata una farfalla sull’avambraccio. Ma non una farfallina azzurrino pallido da inizio primavera. Non una di quelle che chi ara prato dopo prato prima di mettere i semi tardivi a dimora, finisce per far volare controvoglia. Era proprio un Macaone. La farfalla più bella, tra quelle che conosco per nome.
Ce l’avevo lì. Sul braccio, sul mio braccio. Non era una pagina di un manuale di lepidotteri, era lì: lì con me.
E io ero sospeso in quella sensazione di infantile abbandono. Come se mi stesse raccontando qualcosa di sé. Un qualcosa che mi sembrava di poter intuire. E la tentazione di avvicinare l’altra mano, di cercare un contatto impossibile era fortissima. Una mano, anche solo un dito, un contatto per dire quel “Lo so che esisti, lo so che ci sei”.
E non mi spaventa molto l’assurdità di questa sensazione e la mancanza di pudore nel raccontarla.
E di raccontare che a vederla da vicino non c’è solo il giallo e il nero. C’è anche un riflesso blu vicino a quel nero. E macchie di rosso che non sospettavo. Da un lato questa scoperta mi spaventa: mi allontana dallo schema rassicurante che avevo in testa. Dall’altra mi regala la insperata sensazione di imparare qualcosa di nuovo. Qualcosa di bello, qualcosa da cercare di non scordare troppo presto.
E provo una vertigine se penso a quanto sarà breve questo momento. Ma scuoto impercettibilmente il capo, come a voler sciacquare via quel pensiero. Io adesso sono qui e mi godo questo spettacolo.
Faccio fatica a non allungare il dito verso tutta quella primavera riflessa nelle ali. Ma sai che tutta quella storia della polverina, che se la tocchi poi rovini tutto e non si vola più…
E io sono fermo in quel momento. Fermo. Così rispettoso che per un po’ non me ne rendo conto e trattengo il respiro. E mi godo la farfalla sull’avambraccio. Illudendomi di trovare il modo per darle un po’ di riparo da tutto questo vento.
E forse non importa se quell’attimo non è ripetibile, né poco sia destinato a durare.
Io adesso sono qui.

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19 comments

      1. Hai ragione: la mano sulla quale il macaone della mia testata posa le sue zampette è di Niccolò. Un metro e trenta per venti chili scarsi, ma davvero grande. Anzi enorme. ;-)

  1. Hanno un potere, le farfalle, coi loro colori, con la loro gentilezza, col richiamarci alla vita nei primi raggi di sole, dopo i grigi toni dell’inverno … sensazioni uniche di rinascita.
    Simbolismo assicurato.
    Grazie per la riflessione.

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