Denial of Service

denialofservice Il portiere con un po’ di timore e un po’ di curiosità ha accettato subito di aprire la porta dell’appartamento numero 22 del Residence Rainbow. Il nome fa un po’ ridere, visto che i colori dominanti del complesso sono il grigio e il beige. Ma l’insegna luminosa, con quell’arcobaleno sbiadito dal tempo e dal sole, sembra avere recuperato una sorta di sincerità involontaria, nell’illustrare lo stile della casa. Una telefonata anonima ha avvisato con un convincente: correte che sta male. Ma al telefono del 22 non rispondeva nessuno. Quindi ambulanza e pattuglia della polizia sono arrivate con una cacofonia delle loro sirene. A passi veloci il medico si è avvicinato e ha messo le dita sul collo e sul polso. Non ha dovuto stilare referti: è bastato un leggero movimento della testa a confermare la morte. Il corpo caduto in avanti, sul tavolo usato come scrivania. Il portatile ancora acceso davanti a lui. Un mosaico di finestre nello schermo sembrano una traccia delle sue ultime ore. Lui è un forse venticinquenne, quei pochi capelli li ha lunghi, un orecchino ingombrante e una barba che forse una settimana fa era un pizzetto. La pila di piatti da lavare nel lavandino raccontano di lui più dei documenti. Con un po’ di pazienza il vice ispettore cerca in quelle chat un appiglio per quella morte prematura. Non ci sono segni di lotta, sembra una morte naturale. Il nickname che usa Acronymous è uno di quelli famosi, uno di quelli che vanno sul giornale per le azioni dimostrative. Dai dialoghi ripercorsi all’indietro è facile capire che hanno appena scatenato un attacco congiunto a un’impresa petrolchimica. DoS, scrivono. Denial of Service. È una tecnica semplice. Si tratta di inondare un server di richieste fino a quando non ce la fa più a rispondere. Come mettersi d’accordo e andare in duecento nello stesso negozio. Il risultato è paralizzarlo e impedire a chiunque altro di entrare. Lo sanno bene, questi attivisti. Sprattutto questo attivista, questo che ha una reputazione nell’ambiente. Ed è considerato da tutti uno di quelli capaci. Ma tra le conversazioni tecniche e astiose con DartW, con Spryvy e con JackAlbert, ne spicca una. Quella con IdaBauer. Non è un nome da hacker. Anzi: all’investigatore dice qualcosa. Di lontano, di conosciuto, ma che adesso gli sfugge. Sembra la conversazione di una coppia che litiga sbagliando ogni benedetta parola. Con una precisione chirurgica. Una sequela di botta e risposta fatti di amore e rancore. Una saturazione della speranza che, a giudicare dagli orari, avveniva in contemporanea con l’attacco informatico che Acronymuous stava mettendo in atto. Il blitz ai danni dell’azienda era partito e una grossa mole di interrogazioni stava mettendo a dura prova il database dell’azienda obiettivo. Nel frattempo un imprevisto attacco subito dalla sua compagna. Che gli chiede risposte, sul suo futuro, non sul prossimo week end. Una serie di domande, di dubbi, di frasi che suonano come sentenze senza appello. E si capisce quanto lui vorrebbe fermarla, con una dito davanti alle labbra. Ma non può, manca la presenza, manca la fisicità. Allora reagisce male, si arrabbia, si scaglia contro di lei, esce dal tema, inanella errori su errori. L’attacco prosegue, il database bersaglio comincia a rallentare. La massa degli attaccanti è notevole. Imprevista e compatta. Il server comincia a cedere. Sta per crollare. Anche IdaBauer incalza. Pretende, esige, non accetta dilazioni. Prospetta solitudini, deserti, silenzi. Ma lo fa gridando, col codice della rete. Il server ormai è quasi fermo. Rallenta, blocca. Crolla. È crollato! Anche Acronymous è quasi paralizzato dall’ineluttabilità di un amore che gli si è fermato in mano, quasi nuovo, quasi grande. Gli resta questa distonia tra sentimenti e parole. Si sente male in questo ruolo. Anche il suo cuore, segue il destino del server nemico. Rallenta, si blocca. Crolla. È crollato. – Acronymous rispondi. Sei ancora lì? Hai visto che grande Denial of Service abbiamo realizzato? Ci sei? Ci seeeeei? Vai al diavolo va’…

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