La scatola di Carlo

scatolone2Carlo se l’aspettava da un po’. Queste nuove leggi, questa riscoperta insicurezza, questi bilanci aziendali scritti in grigio. E poi lei, certo: questa crisi. Questo mostro senza faccia che anche se si fa vedere da qualche anno, sembra esserci da una vita. Fosse almeno un drago o un grifone o un’altra pagina qualsiasi di un bestiario medievale, almeno uno potrebbe cercare di affrontarla. Invece è fatta di polvere, di numeri, di ruggine. Di cancelli che chiudono e l’indomani mattina non aprono.
Carlo viene chiamato in una improvvisata sala riunioni da quel capo improvvisato che ha tanti anni meno di lui. Quando la porta si chiude il discorso è subito chiaro. C’è una lettera di licenziamento. Non serve neanche trovare una scusa. Carlo è dirigente.
Carlo torna alla sua scrivania e cerca le parole giuste per dirlo ai colleghi. Nelle prossime ore, nei prossimi giorni dovrà trovarle per la moglie, per i figli, per i vicini, per tutti. Oltre all’incertezza sul futuro, pesa questa ombra di colpevolezza. E non basta invocare la crisi e le logiche globali per spazzarla via.
Carlo mette senza fretta le sue cose in una scatola di cartone recuperata nel corridoio. Cose inutili, cose che non gli serviranno. Sembra la scena di un film americano, ma questa non è Holliwood. Certo che no.
Stacca due foto dal muro. Come erano piccoli i figli, qui. Stacca il badge dei congressi con il suo nome, il logo dell’azienda e delle convention per best performer.  Lo fa senza odio, senza sarcasmo. Non ha la mente abbastanza libera per trovarli grotteschi.
Si sforza di non pensare ai momenti belli vissuti in tanti anni di azienda. I successi, i colleghi, il mondo che cambia in fretta e anche il suo lavoro che sta al passo. Si sforza di non pensare a quando, fresco di laurea in ingegneria, si sentiva arrivato nel posto giusto.
Saluta i colleghi sforzandosi di sorridere. Capisce il loro imbarazzo fatto di frasi che cercano di essere rassicuranti. Stacca il suo biglietto da visita dalla cassettiera. L’aveva messo come targhetta. Non vuole lasciare traccia. Coerente per l’ultima volta con questa sua azienda che non vuole tracce.

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30 comments

  1. troppo crudo e troppo vero… si è inglobati in multinazionali senza “traccia” (come il titolo di un noto telefilm americano)

    Ps bello il template che hai scelto

      1. Lo so, per fortuna. Ma tante di quelle che conosco io purtroppo sono in queste condizioni, e non posso che provare un profondo dispiacere nel vederle annaspare.

  2. Conosco due Carlo. Uno di loro, quello scatolone, se l’è abbracciato prima di spararsi.
    Forse era più opportuno un commento d’esordio meno tragico ma sono capitata qui oggi. Chiedo scusa.
    Un saluto :-)

  3. Triste e drammaticamente vero questi nostri tempi sono durissimi per molti.
    Il tuo racconto è scritto davvero bene, come sai fare tu, l’amarezza e il disincanto di Carlo sono così reali…

  4. Viviamo in una società che non bada più all’essere umano. Oggi non si guardano più i difetti e le emozioni che sono tutte le particolarità dell’essere umano. Umano, non macchina. E’ triste, tutto si riduce allo sconforto.

  5. Non avrei mai pensato di dire questa frase:
    “e quei giovani dirigenti che ne mandano a casa altri un pò più agée sono di un’ignoranzaaaa, ma un’ignoranzaaaa…che uno poi si domanda come proseguirà la Storia?”
    Ma è autobiografico. Io sto sotto (ancora per un pò al riparo che dà una posizione non scomoda nella scala gerarchica) a certi nuovi vertici che ti fanno cascare le …braccia!

  6. E’ sempre strano cliccare “mi piace” in posto come questo. E d’altra parte non vorrei commentare, per non scrivere delle banalità. Forse servirebbe un tasto diverso… non so, magari il tasto “grazie”. Grazie per averne scritto come sai fare tu.

  7. bel racconto, crudo e diretto, con quel lapidario “non serve neanche trovare una scusa” che calza sia nello specifico del licenziamento di Carlo sia in senso lato, parlando di “logiche globali”. emblematica la somatizzazione della crisi da parte del protagonista (mostro senza faccia, polvere, numeri, ruggine, senso di colpa), che ben comunica il senso di impotenza della “nuova carne da cannone” nelle guerre della finanza internazionale. nota particolare poi, per il sussulto emotivo (bellissimo) dell’automa-Carlo, svuotato d’ogni emotività in parallelo al riempirsi dello scatolone, quando stacca le foto dal muro e sembra soprendersi (“come erano piccoli i figli!”) nello scoprirsi più vecchio di ciò che è.

  8. Questa scena me l’ha raccontata un’amica americana. 15 minuti per raccogliere 15 anni di lavoro in una scatola, con due della securitya vigilare che non si portasse via niente dell’azienda.

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