L’importanza di scrivere poco

tempoMi sono ricreduto. Attribuivo agli scritti lunghi, ai romanzi prima di tutto, una dignità maggiore. Pensavo che i racconti fossero una specie di virus attenuato della letteratura. E che gli aforismi fossero una forma comoda al massimo per far entrare una frase di senso compiuto in una soluzione della settimana enigmistica.
Invece no. Vedo autori che fanno della sintesi un’arte.
Anche io ci provo, più che altro per pigrizia. I romanzi lunghi non li finisco, mi annoiano prima. Figurarsi a doverne  scrivere e rileggere.
Ci sono invece frasei secche di poche battute che riescono a raccontarti una storia, una sensazione, una filosofia. No, non un pezzo di qualcosa che sa di filosofia: proprio una filosofia. Tutto un sistema, un approccio alla vita.
E poi, non ricordo in che circostanza lo dicevo, un aforisma è democratico. Ti ci puoi confrontare subito, senza tanto sforzo. Il romanzo è un esercizio di arroganza. Pensi davvero che quello che tu scrivi valga tante ore del mio tempo? Ma non pensi anche tu che il tempo, il mio tempo, sia la cosa più preziosa?
Allora meglio leggere mille pensieri da centoquaranta caratteri che un libro di centoquarantamila. Con dentro, a cader bene, un solo pensiero valido. Anche questo tempo, fatto di tante vite vissute tutte assieme, non ci lascia troppo tempo per la lunghezza, per la ripetizione. Meglio capsule di ragionamento intradermiche.
E poi… no basta. Se argomento troppo contraddico questa lode alla brevità.
E non ti voglio fare perder tanto tempo per spiegartelo. Fidati: va bene così.

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30 comments

  1. Amo la brevità degli aforismi e anche nei blog non mi piacciono i post troppo lunghi, ma non amo molto i racconti. Se una storia mi piace tanto, vorrei non finisse mai. Se non mi piace semplicemente non finisco di leggerla. E in fondo anche l’aforisma può essere arrogante: “o ci entri dentro subito (la storia, la riflessione, la filosofia), altrimenti affari tuoi, non ho tempo da perdere con te” :-)

      1. Ma se va un romanzo ti avvolge come un coperta e ti scalda tutta, non come quando mi metto addosso le vecchie copertine dei miei figli che una parte rimane sempre fuori. Lo so l’immagine magari non funziona, ma questa mi è venuta. E parlo di romanzi e racconti e di lunghezza delle storie o brevità, non del dono della sintesi contrapposta alla ridondanza. Quella non è in discussione o forse in fondo anche quello. Perchè io mi emoziono anche con un haiku, ma mi è capitato di volare con una bella scrittura ridondante, se veramente bella. L’importante secondo me è sempre non essere costretti a spenderci il tempo, ma volerlo fare.

  2. Essendo una scrittrice di poche parole (alcuni miei racconti sono lunghi tre righe), non posso che trovarmi d’accordo con te. Anzi, ti ringrazio per questa affermazione che porta un piccolo aiuto a quelli come me che gli editori considerano “non commerciabili” per il semplice fatto che non “allunghiamo il brodo” :-D

      1. se posso permettermi…Checov. E’ stato il primo teorizzatore della brevità e dell’essenzialità.
        E se leggi Checov, secondo me, non si dice “si, e poi?”.
        Cosa che comprendo in Carver.

      2. davvero? Pensa che invece io lo trovo davvero un genio. il minimo indispensabile per dire qualcosa, se toglia una parola sola non si capisce più niente.
        cmq chiaro. E’ uno stile molto particolare, o piace o non piace.

  3. beh, sicuramente la realtà ti dà ragione: oggi più che mai siamo entrati nell’era del twetteramento del pensiero, del tutto e subito nonché del fast food letterario. mio nonno diceva sempre che “poco si ottiene senza fatica”, ma cosa vuoi, era un vecchio rimbambito e zoppo per giunta, essendosi infilato un forcone in un piede saltando giù da un albero da bambino. forse per questo camminava piano, claudicante e specchiava se stesso nel mondo con lentezza. adesso non mi chiedere se in tempi moderni siamo più noi a specchiarci nel mondo o il mondo a specchiarsi in noi (m’hai preso per un zantone sen?) però trovo un errore di fondo nella generalizzazione del tuo ragionamento.
    intendo, se sei pigro e ti annoi, fai benissimo a non leggere (e non scrivere) romanzi. saresti davvero masochista a fare qualcosa che non ti piace se trovi alternative più godibili e meno faticose!!
    : )
    però conosco persone cui piace leggere (e scrivere) e nel farlo non sentono fatica o infelicità, ma il loro esatto contrario e che amano immergersi in un romanzo come in una bella vasca d’acqua calda.
    magari non sempre ne hai il tempo. magari è bello anche farsi una doccia e forse il risultato finale, da un punto di vista *igienico*, è simile.
    : ))
    ma affermare in modo tranchant che “Il romanzo è un esercizio di arroganza” mi sembra davvero ridicolo. non dico che alcuni romanzi non siano racconti gonfiati, né che non esistano racconti che sono aforismi gonfiati. solo che nessuno ti impone, pistola alla tempia, di passare il tuo tempo leggendoli se non ne hai voglia. quindi nessuna arroganza e visto che rimani libero di impegnare come meglio credi tante ore del tuo tempo.
    ecco, diciamo, che, da un punto di vista medico, la tua cura a base di “capsule intradermiche” non è universale, che la tua malattia non è la stessa della mia e che, ovviamente, non siamo “pazienti” nello stesso modo
    : )))
    quindi amen alla vita bella perché è varia.

    1. Nello sport un centrometrista e un maratoneta fanno la stessa cosa, corrono, impiegando diverse quantità di tempo, ma entrambi faticano e sputano l’anima per arrivare al traguardo.

  4. Aiuto! Io ho sempre avuto il dono della sintesi. Ora invece, con ‘sta storia di voler scrivere dei romanzi, sto diventando prolisso. Meglio continuare ad esercitarsi a comporre brevi pensieri.

  5. La capacità di sintesi è senza dubbio una grande qualità, ma non trovo che tutto possa essere risolto con poche parole e ancor meno con 140 caratteri.
    Leggo mille volte 140 caratteri e trovo al loro interno un pensiero grazioso e novemilanovecentonovantanove boiate. Quindi, alla lunga, vado più sul sicuro con un libro… leggo le prime pagine, valuto se mi possa piacere o meno e di lì in avanti non corro il rischio di incappare in un blocco di 140 caratteri utili come una strizzata di limone su una ferita aperta.

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