oggetti volanti non dimenticati

ufoAvevo forse tredici o quattordici anni. Ero in campeggio con la parrocchia, col turno dei ragazzi.
Funzionava così: affittavano un prato, montavano una dozzina di tende a casetta da cinque o sei posti ciascuna, più un tendone con il fondo di legno come refettorio e un piccolo prefabbricato da cantiere come cucina. Una tenda ottagonale per la messa, e due coppie di cabine di lamiera per doccia e wc.
Erano tempi senza cellulari e senza tante balle. Era un bel clima dove imparavamo a gestirci in autonomia, a fare i conti con le vesciche negli scarponi e le prime cotte per la ragazzina di turno.
C’era poco tempo per la pigrizia. Ogni tenda, ogni giorno, era di turno per fare qualcosa. Apparecchiare, sparecchiare,  lavare i piatti. Tra colazione, pranzo e cena qualcosa da fare c’era sempre. Alternavamo giorni in cui facevamo grandi camminate lunghe tutto il giorno a giorni in cui le uscite erano più brevi.

Ma la prima cosa che facevamo tornando alla base era una specie di gara olimpica per mettersi in fila per le docce. Le docce erano due. Ma una aveva lo scaldabagno a gas sempre fuori uso e i temerari erano pochi. Visto che eravamo una sessantina di ragazzi, la fila è immaginabile.
Ci distendevamo in una specie di coda irrequieta che dalle docce proseguiva sul prato. Con costume e accappatoio.

Sono uno dei primi, sono sempre stato velocissimo a mollare zaino e scarponi e a correre con le ciabatte senza troppi fronzoli. Entro. Essendo in un box di lamiera aperto sopra è normale sentire tutto quello che succede fuori. Dopo un po’ sento armeggiare qualcuno. Non do troppo peso. Sono in costume dopo tutto. D’improvviso dal di sopra spunta una bacinella che mi rovescia addosso una decina di litri di acqua gelida.
Io accetto gli scherzi, ma sono così poco acquatico che reagisco come un felino. Di più: la bravata mi aveva bagnato l’accappatoio e asciugarlo a 1400 metri non è così facile. Sono uscito o ho visto Enrico che faceva da scala a Maria.
Quando ho finito di mandarli dove è necessario andare per concludere il processo digestivo, Enrico era già lontano.

Maria invece, dopo che il pavido supporto si era dileguato, era restata appesa alla doccia, penzolando come un panno steso.
A dire il vero non ho mai capito come mai fosse lì e non si lasciasse cadere da 50 centimetri, ma la scena era abbastanza
ridicola. Ho lanciato l’ultimo insulto insieme al catino che ha preso un volo così perfetto da sembrare un frisbee.
Maria è stata colpita alla testa da quell’UFO di plastica ed è caduta sul prato regalando un secondo tempo di rara bellezza
al pubblico che si era gustato tutta la scena.
Non si è fatta niente, ma non ha osato fiatare di fronte alle mie precisissime rimostranze balistiche.
Adesso li ho persi di vista sia Enrico, sia Maria. Io ho cambiato città e vivo lontano da loro.
Ma se li incontrassi parlerei di quei giorni con molto affetto. E continuerei a frignare per l’accappatoio bagnato, certo!

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