Che non serve perdere tempo coi sogni

crederealpoTi ho portato qui. Sull’argine del Po. Per farti vedere una cosa importante.
Cosa vedi? Non dici niente. Non avere fretta di rispondere. Non avere fretta di capire.
Vedi solo i campi a righe sotto, eh? Vedi solo la griglia dei pioppeti in golena, verso il letto del fiume? Vedi solo la strada in cresta all’argine, che lo trasforma in una figura geometrica strana?
Ma quello che non vedi è il tramonto. Certo: mancano ore.
Ma quello che non vedi è quel vecchio pioppo lasciato crescere oltre ogni logica da mediatori di legname.
Quando ero piccolo mia zia, una ragazzina di neanche venti anni, ci portava qui a vedere il tramonto. Andiamo a trovare Pippo, diceva. Pippo era il soprannome che aveva dato a questo pioppo. Aspettavamo il tramonto, d’estate, dopo cena.
La casa dove abitava è a poche centinaia di metri dal grande fiume. E mentre ci avvicinavamo lei ci spiegava cosa fosse questo tramonto.
“È un momento bellissimo, quando il sole va a dormire all’orizzonte, tutto si colora di rosso, un momento magico e bellissimo, andiamo a vederlo vicino a Pippo…”
La nostra fantasia si gonfiava di aspettative senza cautele.
E qualche giorno facevamo bene i conti e arrivavamo all’ora giusta per il tramonto. Non sempre eh, non sempre.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Il sole calava, ma non era mai come l’avevamo immaginato. Non andava a inzupparsi nell’acqua, ma finiva dietro una fila di salici e pioppi, verso la sponda opposta. Il cielo umido della pianura non era mai limpido come l’avevamo disegnato. La incapacità di attendere non ci permetteva di godere la magia di quel momento. Le zanzare, poi, davano alla nostra insofferenza di bambini un motivo in più.
Vedi, se non credo ai tramonti, se non credo alla poesia, se mi dici che sono duro con me stesso è anche per questo.
È che i miei tramonti non avevano il Tirreno e un mare in controluce su cui poggiarsi. Avevano la bellezza imperfetta di quella terra, sì, ma io non la sapevo riconoscere. Una bellezza storta che ti insegna che non puoi credere alla perfezione. Che non serve perdere tempo coi sogni. Che è tutto qui. Che tanto anche il tramonto si accartoccia goffamente sui rami verde scuro. Che tanto…
Che tanto.
Ma mi ascolti? Ti interessa questa storia?
Andiamo dai.

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Questo l’ho scritto e messo anche su Galliziolab

7 comments

  1. C’è sempre la sensibilità di una nonna (quella di Proust ballava sotto i temporali), o di una mamma nel passato di chi sa leggere il mondo e tradurlo in parole. Nel tuo c’era una zietta. Bellissimo

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