Il cristallo

cristalloSono venuto a trovarti, ho parcheggiato fuori, vicino alla scritta “Parcheggio visitatori”. Mi fanno entrare dopo avermi fatto spiegato meccanicamente come funzionano le visite. Mi fanno anche firmare dei documenti troppo lunghi per leggerli adesso, ma tanto so che dicono che ho capito tutto e che sono d’accordo.
Firmo, metto nella cassetta tutti gli oggetti appuntiti, l’orologio, il cellulare. Sono spaventato da queste cautele, ma dove sei finita? Ma come diavolo ci sei finita?
Mi viene istintivo ribellarmi a tutto questo, ma cerco di stare calmo. Dopo tutto chi ho di fronte è solo un dipendente che sta rispettando il regolamento. Il maledetto protocollo.

Cammino veloce, dietro una donna vestita di bianco che mi porta in corridoi troppo luminosi, troppo disinfettati, troppo artificiali.
Mi dice che la visita durerà quindici minuti, che devo essere tranquillo, che devo cercare di infondere serenità, che se qualcosa non andasse per il verso giusto la visita finirebbe subito. Mi dice di non spaventarmi, che all’inizio tutti sembrano un po’ spaesati, ma stanno bene.
C’è una sedia di plastica, in questa mezza stanza, e un grande cristallo davanti. Che mi separa da te. Ti vedo lì dentro, spettinata, sembri assorta. Hai la faccia stanca, tanto stanca. Lo stesso sguardo di quando passavamo ore a letto a parlare invece di dormire, perché avevamo sempre un’altra cosa da raccontarci. Ma oggi non c’è quell’entusiasmo.
Mi rendo conto che non c’è un citofono, un interfono, un modo per fare arrivare la mia voce. Il cristallo è spesso, per la sicurezza di tutti, mi aveva ammonito l’addetto all’entrata, ripetendo a occhi bassi quella che per lui doveva essere una litania.
Mi avvicino al vetro, appoggio i palmi. Tu sei sveglia ma non ti avvicini, non mi guardi. Quanto narcotico hanno usato per renderti così, bestia in gabbia, senza volontà?
Vorrei che ti avvicinassi, che mettessi la mano all’altezza della mia, per avere l’illusione di toccarla.
Tengo il palmi sul vetro e senza accorgemene avvicino il viso, per vedere meglio dentro, per cercare di sentirti. Ma più mi avvicino più si appanna e la visione è subito confusa.
Mi sbraccio, mi agito, mimo le parole con la bocca che fa giri enormi. Ma tu guardi dall’altra parte. Come se ci fosse uno specchio che riflette dalla tua parte. Come se non potessi vedermi.

Ma so che non c’è nessuno specchio, non nella stanza dove sei tu. Come ti dico che ci sono, che sono qui? Come te lo posso dire?
Venga signore, il tempo è finito: dobbiamo uscire.

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25 comments

      1. Ihihih… certo, io sono disordinata in casa mia, ma in casa degli altri osservo e basta, e solo se mi viene richiesto rimetto a posto quello che trovo caduto :) Linkato sul mio blog, francyna.iobloggo.com

  1. Ultimamente scrivi un sacco ed è pure tutto fatto per bene, non nel senso “precisino”, ma nel senso pieno di quando si san fare le cose bene per davvero. Per questo, lo ammetto, un po’ ti odio.

  2. Il Cristallo è freddo di natura… un senso di distacco che permane prima, durante e dopo. Forse appannarlo e scrivere un messaggio che rimane il tempo di un secondo ma che potrebbe lasciare un alone…

  3. La malinconia e il sapore di queste parole mi fanno riflettere, mi ricordano che anche con un cristallo a dividerci possiamo regalare umanità, possiamo cercarla, possiamo provarci, e mi ricorda anche che la maggior parte delle volte non c’è nessun cristallo a dividerci, ci sono i muri che stupidamente alziamo noi stessi, non comprendendo quanta vita ci perdiamo o non vediamo per colpa di quei muri, e quanto siamo fortunati.

    Buona giornata.

  4. c’è qualcòsa in quello che scrivi che accade, in un modo o nell’altro, ogni giorno.
    o se vuoi che non accade, molto spesso.

    si diceva incomunicabilità, da qualche parte.

    piccola e atroce consapevolezza.

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