Marta Sale

salemartaLa guardo da qua sotto, dal pianoro. Guardo Marta che si arrampica su quella roccia. Precisa che sembra avere le ventose. Grazia e silenzio di insetto a quattro zampe.
La guardo e non capisco come faccia. E sì che di fiato ce n’ho. Io che corro, io che una volta all’anno faccio le maratone. Ma lei è sempre stata lì, ai piedi delle montagne. E non si è mai accontentata di guardarle da sotto.
Ripenso a quando, tanti anni fa, facevamo il doppio nodo agli scarponi. E lei era già pronta. Camminate domenicali di milanesi mischiati ai locali. Pregiudizi e amicizie incrociati. Raccontanti poi solo a metà, per prendersi in giro sull’erba della cime. Lei partiva avanti, silenziosa e con le mani dietro. E andava su. Passo inossidabile, preciso, perfetto. No, non era una gara. Lo sapevamo tutti, persino noi di pianura. Solo che ci siamo sempre chiesti come facesse, Marta, ad arrivare su così. Quasi che si dovesse ricongiungere con la cima. Sembrava non sforzarsi, sembrava un ritorno.

Poi ci siamo allontanati. Lei si è fatta crescere i capelli e la voglia di roccia nuda. Di usare anche le mani, per salire. Noi abbiamo preso zaini strani, coi buchi per fare uscire le gambe. Montagna diversa.
E adesso, per caso la rivedo da qui sotto, dal pianoro.
E’ cambiata. Ha uno sguardo più sicuro, più consapevole. L’ho vista bene. Luminosa, viva, sicura. Gliel’ho detto poco fa. Onorando più una vecchia amicizia che una confidenza attuale.
Lei mi racconta al volo che è un momento strano, che è stata mollata dal fidanzato. E che le fa piacere sentire queste cose, questo affetto, questo ottimismo. Dice che le servono, come fossero un appiglio piccolo, ma un appiglio in più. Ma poi parte, lo sapevo che aveva questa scalata da fare.

E restiamo sul pianoro, coi nasi che guardano in su.
Una roccia liscia che mi fa paura. Ma lei sale. Indaga arpiona solleva. Marta sale piano.
Ha tanta tanta voglia di lasciare tutto dietro. Di arrivare in cima alla montagna che ha davanti. Quella con cui neanche la polvere di magnesio ti è poi tanto d’aiuto.
Sono contento di averla incontrata, un po’ per caso, un po’ per cercare vecchi amici. Sono contento di non aver tenuto dentro quella impressione. Di avergliela buttata contro, sbagliando anche il momento. Ma questo l’ho capito dopo.
Sono contento che sia nato uno spunto, un’apertura improvvisa, una valvola che sfiata,  un dolore che aperto piano, adesso evita di incancrenire.
La vedo che sale. E quel macigno ormai è quasi lasciato indietro.
Sorrido, torniamo alla macchina. Intanto che Marta continua a salire.

Riparto con una strana leggerezza.

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13 comments

  1. Ho un’amica che ha questa passione, è una sorta di comunione con quelle pareti di roccia e con la natura, credo che sia un’esperienza che coinvolge l’anima e tutti i sensi.
    Splendido racconto Simone, as usual!

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