Senza rimpianti, Egregio Direttore

signordirettoreEgregio Direttore,
le scrivo per chiederle di cestinare la mia lettera del 6 novembre scorso.
Visti i tempi del regio servizio postale non sono sicuro che le sia già arrivata, adesso che ha in mano questa mia seconda richiesta.
Il fatto è che subito dopo averla spedita, prima ancora che potesse essere giunta sulla sua scrivania, già me ne ero seriamente pentito.
L’idea di farle leggere un mio pezzo e chiedere il parere, mi è sembrata improvvida e molesta. E se le scrivo è solo a causa di una benedetta remora, mostratasi però solo con una intempestività da maledire.
Chissà cosa credevo mandando quei racconti proprio a lei, direttore di un prestigioso giornale. Forse, ma è solo un’ipotesi, in cuor mio speravo di suscitarle un’emozione tale da muoverla a chiamarmi. A mettersi (lei!) in contatto con me. A spingermi a lavorare per lei. Eventualità questa per cui non sono sicuro di avere nemmeno la motivazione adatta. Senza poi dovere fare i conti con la tecnica e il cosiddetto talento necessari.
Mi creda: dopo quasi due notti di sonni agitati e discontinui, mi sono risoluto a scriverle.
Ho pensato mille volte al modo esatto. Per evitare di esserle, per per paradosso, di nuovo di impiccio.
Ho pensato di scriverle citando quel passaggio di Pavese, nella luna e i falò, ricorda? Quello in cui si immaginava in America a maneggiare soldi e scrivere delle lettere. Col pensiero di seguirle poi per mare, quelle sue lettere. E io come quel personaggio a inseguire le mie. Ma poi sarebbe stato solo un noioso esercizio di sfoggio di cultura casuale. Io che di libri ne ho letti davvero pochi. E mi creda, questa non è una iperbole a calare. E’ una stima assai prudente dei pochi volumi a cui sono arrivato in fondo. Vede? Ci ricasco. Mi vesto di una parvenza di chissà cosa. Nomino figure retoriche come un ginnasiale vanitoso.
Si renderà conto che scrivere mi viene naturale, ma non penso che questa sia una cosa sana. Non mi appartiene più. Non è la mia strada.
Facciamo così: cestini tutte e due le lettere. Lavorare nella sua redazione è stato il mio sogno per anni. Ma adesso che sento di averlo quasi a portata di mano non mi interessa più. Non mi regala più nessun brivido.
Seguirò i cicli della terra nella fattoria di mio padre, dove sono nato. E riassaporerò il gusto delle parole solo la sera, alla luce del lume, in piena libertà. Senza rimpianti, Egregio Direttore.
Auguro ogni bene a lei e alla sua testata.

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