Un piano perfetto

picnicC’era uno strano nervosismo quando Sandro, Melissa e Anselmo si trovarono nel parcheggio del Centro Commerciale “La Sorgente”.
Cercarono di lasciare le due macchine vicine, caricarono quei loro bagagli improvvisati sulla terza, quella di Anselmo. Si misero in marcia scherzando un po’ forzatamente.
Il piano era semplice e, quando l’avevano ideato, sembrava perfetto: ritagliarsi una giornata fuori dal mondo.
Non una fuga, non un tradimento delle loro famiglie, non un’evasione da chissà quale cayenna quotidiana. Semplicemente concedersi il lusso di passare del tempo insieme. Proprio loro, tre amici con una sintonia digitale nata tra le tastiere dei loro tanti dispositivi connessi.
Ma oggi era il giorno in cui i social network sarebbero restati fuori. O per lo meno sullo sfondo, visto che poi Melissa non ci sarebbe mai riuscita a spegnere quell’accidente di smartphone.
Il manifesto di quell’improvvisato gruppo di zingari per un giorno era semplice, anche se aveva delle lacune. Troviamo un prato, uno qualsiasi. Tiriamo fuori la chitarra. (La coperta, visti i loro stati di famiglia con prole, era sempre nel baule). Tiriamo fuori la bottiglia di bianco. Ognuno ci aveva messo un pezzo di sogno, un capriccio, una tassello: “I bicchieri li porto di vetro, se portate quelli di plastica non vengo”. “Chissà in fondo a quale cassetto ho messo l’armonica”. “Ma mica andiamo a fare un concerto. Poi io sono stonata, porto un libro e piego le orecchie delle pagine che voglio leggervi”.
Adesso è facile parlarne, trarne  conclusioni. Adesso ne esce un ritratto persino tenero di quei tre. A vederli in questa esatta fase dei loro progetti perfetti, sarebbero addirittura da invidiare.
Il loro problema fu che poi ci riuscirono a partire e a realizzare quel sogno perfetto.

Sandro tirò fuori la chitarra dalla custodia in similpelle marrone. Nessuno dei tre fece caso alla scritta in bianco “Sarpi Strumenti Musicali”. Pubblicizzava il  negozio in cui era stata comprata. Negozio che si era anche fatto una discreta reputazione, prima di cedere il posto, quasi venti anni fa, a un punto di una catena di cellulari.  Sandro accordò lo strumento. Cercò a tastoni l’antica confidenza con quelle sei corde. Istintivamente ripercorse nel suo repertorio quelle canzoni che una volta riuscivano a rompere il ghiaccio, a coinvolgere gli amici distratti in un coro. Ma niente. Cantava con voce troppo incerta e da solo.

Anselmo, che aveva profetizzato una serenità fisica e di pensiero fuori dal normale, si ritrovò a fare i conti con quel terreno di campagna. Sì un’ombra decente l’avevano trovata. Ma quel pioppo cipressino la proiettava sull’inizio di quella stadina di campagna. E il passaggio ripetuto di mezzi agricoli poco sensibili all’estetica dei campi elisi, aveva solcato pesantemente il suolo. Anche cercando il punto migliore, il fondo risultava comunque scomodo. I bicchieri (di vetro certo!) e il vino bianco furono comunque apprezzati. E l’interesse di Sandro e Melissa per la storia di quella vigna dove Anselmo era andato apposta a cercare quel valdobbiadene non era ipocrita. Ma, come ammise subito il sommelier improvvisato, la temperatura era eccessiva. E la imperfetta verticalità di quei tre calici poggiati sulla coperta, dava l’idea di spade piantate sui vinti, dopo una battaglia tragica.

Melissa aveva i suoi libri perfetti. Orecchie ripiegate ad arte e storie collaudate. Le stesse storie che aveva letto con la sua bella voce a ogni uomo nuovo, quando cercava di innamorarsene. Era una specie di rito che adesso, raro privilegio, rivolgeva ai suoi due amici. Era bello sentire quella voce. Sentire quei sentimenti che venivano distillati dalle righe di quel libro. L’attenzione di Sandro e Anselmo somigliava a una devozione sincera verso Melissa (che dicevano entrambi di adorare, con enfasi sovrabbondante). E se Sandro ancora si sforzava di tirare fuori qualche emozione che doveva per forza essere rimasta in impigliata alla sua chitarra, questo non leniva la sua attenzione alle parole declamate dalla sognatice col libro aperto in mano. Per essere del tutto onesti, bisogna precisare che quello che sperava di trasmettere Melissa, non arrivò a destinazione. Non del tutto. Tre pagine, anche le più emblematiche, estratte così di forza da un’opera organica, non potevano non causare un’emorragia di sostanza e di sentimenti. Qualche passaggio fu apprezzato, ma la bellezza del messaggio del libro fu percepito dagli ascoltatori più come atto di fiducia verso Melissa, che come folgorazione per quelle parole.

Imboccarono la strada verso le loro vite quotidiane prima che fosse tardi. E quando si dissero che era stato bello, che andava rifatto, che, che, che… ognuno sentiva di essere sincero ma al contempo di non riuscire a rappresentare davvero quella strana sensazione.
Misura di questo leggero disagio, fu che per un po’ di tempo non si cercarono. Ognuno di loro, nei giorni a seguire, scrisse sui social network frasi sibilline e lapidarie.
Frasi come: I sogni sono battaglie che vanno combattute in solitaria.

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22 comments

  1. Che senso di malinconia mi ha lasciato questo post… Bello che tre persone siano rimaste così amiche nonostante le loro vite, bello che abbiano cercato di “fuggire” assieme per una giornata, ma triste che le loro aspettative siano state deluse… Quante cose sai trasmettere con la tua scrittura… Grazie!

  2. Disarmante… anche se… ci sono troppi “anche se”: bisogna essere più diretti per essere capiti ma difficilmente lo saremo nelle “nostra” battaglia

  3. intravedo dell’autobiograifa in uno dei tre figuri. ma non me lo dire, rimango col dubbio.
    e buona giornata, caro (quando ferie?)

    p.s. ti ricordi di quell’idea di cui ti parlavo tempo fa? ecco, casi della vita: cercavo, ma ha fatto prima lei a trovarmi. quando hai dieci minuti di tempo per dare un occhio… discutibili.com ancora works-in-progress ma grandi aspettative ;)

  4. Questo post mi mette il nervoso. Potrei dirti anche il perché. A me la perfezione e le vite perfette mi stanno antipatiche anche se cercano di ritagliarsi attimi imperfetti. Anche il falso reale dei social non mi piace. Preferisco di gran lunga i sogni. Troppo dura? Non con te, di certo. Anzi, la tua scrittura ha il dono di solleticare tutto questo e di rimanere per un po’ appiccicata addosso. Non è da tutti. Per me è bravura.

      1. Non dico di non avere sogni…solo di non farsi grandi aspettative sugli eventi/incontri/persone: mi pareva diverso, a te no?

  5. Difficile non aspettarsi nulla, però è possibile. In un certo senso condivido il pensiero di cq, ma ad esser sincera penso che una buona regola è quella di non pianificare troppo e di lasciare che le cose accadano, senza fissarsi sui dettagli; poi tutto avviene come vuole, come deve e in questo modo la vita ancora ci può stupire, nel bene e nel male. Bisognerebbe saper guardare il Mondo con gli occhi dei bambini e se anche sembra una banalità, è l’unico modo che funzioni davvero, perché il problema vero è che spesso si è troppo maturi per riuscire a godersi gli attimi. Pensare meno e giocare di più.

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