Due granite vicine

duegranite“A volte mi chiedo se vale davvero la pena tenerlo questo motorino. Perché per le poche volte che lo usiamo in un anno, tra assicurazione e bollo, non saprei. Forse davvero costerebbe meno andarci in taxi in centro.” Ma poi c’è quella immagine, di quando mi stavo per trasferire a Roma e ci spostavamo in due su un motorino, quello vecchio. E mi sembrava di essere un nannimoretti qualsiasi. Solo che non sapevo i nomi delle vie e dei quartieri. La stessa vocazione a vivere in minoranza, a raccontare storie, a rendermi noioso.
Questo pensavo  a ruota libera, rincasando una sera d’estate.

Un semaforo rosso, subito dopo aver passato il Tevere mi costringe a fermarmi come le auto. Un rosso lungo, a pensarci.
Mi guardo intorno, per distrarmi dal caldo della sera e dei motori che avevo seminato e che adesso, da fermo mi raggiunge.
L’occhio mi cade su due personaggi singolari, seduti su un muretto poco distante. Un uomo e una donna, forse più vicino ai quaranta che ai trenta. Ma chissà.
Sono vestiti senza stile, da ufficio. Come se l’unico loro intento si stamattina fosse stato nascondersi in mezzo agli altri.
Lui una camicia bianca, qualcosa come ottanta per cento di cotone. Senza cravatta, ma sono sicuro che se aprissi quella ventiquattrore di nylon verde scuro, la troverei lì, piegata alla bell’e meglio. Abbottonata fino all’ultimo bottone. Ha scarpe di cuoio nere con la suola di gomma. Pantaloni grigi, senza altri aggettivi.
Lei ha pantaloni lunghi, beige. Scarpe con un accenno di tacco. Una camicia bianca, accollata, presa al reparto femminile anche se la camicia e chi la indossa lo sono davvero poco.
A vederli vicini viene una specie di senso di superiorità. Ma poi passa subito, quando si nota quel contatto.
Sono a contatto facendo finta di non accorgersene. Seduti vicini in modo asessuato.
Scavano goffamente nella loro granita troppo gialla. Guardando dentro il bicchiere di plastica appannata dalla condensa. Il cucchiaio di plastica lunga che scansa la cannuccia dal collo ripiegato.
L’ha scelto prima lei il gusto cedrata, ne sono sicuro. E a lui sembrava naturale scegliere lo stesso gusto.

Vedo quel contatto che sembra così naturale, così nascosto, così intimo. Coscia contro coscia, leggermente, quasi per sbaglio. Viene quasi da invidiarla quella intimità. Di quei due esseri umani che non devono avere avuto un’adolescenza. Una tenerezza strana, che si irradia e quasi  arriva fino a me.

Un colpo di clacson mi dice che il semaforo è già verde da più di un secondo.
Riparto silenzioso, chiedendomi se forse… Ma no, ma no. Tanto l’aria calda di questa serata estiva mi porta velocemente lontano da quei due.

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19 comments

  1. per un attimo, tra una frase e l’altra, ho temuto davvero che prima di ripartire ti rivolgessi a loro con un “Sapete cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste, cioè che io, anche in una società più decente di questa…”. fiuuuuuu.

  2. Bello questo racconto dal sapore estivo. Iniziato da un semaforo rosso e finito da un clacson che suona, intervallato dal sapore adolescenziale di granite (so perchè sai che era cedrata quel “giallo”).

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