Undici

Di giorno il panorama non era niente male, da quell’appartameundicinto all’undicesimo piano alla periferia di Milano. Tanto che, quando un vento inaspettato spostava per un po’ la nebbia e gli altri vapori della metropoli, si vedevano le prealpi che sembrava fossero lì. E in certi giorni benedetti persino gli appennini, centinaia di chilometri a sud. Che anche se non erano niente di più di una insignificante linea ondulata grigio-marrone, ti davano l’idea di poterla capire tutta, la geografia.

E malgrado esistesse un dodicesimo e un tredicesimo piano, io ero anche abbastanza fiero del mio undicesimo piano. Che quando eravamo ispirati piegavamo con gesti sicuri fogli di carta per costruire aeroplani che avevano tutto il mondo a disposizione, fuori da quelle finestre. Oppure guardavamo giù. Imparando a riconoscere le automobili dal tetto e scommettendo su quanto ci avrebbe messo una bolla di saliva a farsi piccola piccola e sparire in uno scoppio muto.

Ma era di notte che tutto cambiava. Bastava una febbre o anche meno. Una leggera inquietudine che facesse il sonno meno rotondo. E tutta questa serenità si sgretolava.

Il rumore crescente degli autoarticolati che rigavano la notte, arrivava da lontano. Il respiro e i battiti aumentavano. E i sogni venivano invasi da quel frastuono. Arrivavano a pieni giri percorrendo le tre corsie che passavano quaranta metri più sotto del mio undicesimo piano.

E portavano una immagine inquietante. Che è difficile chiamare incubo, perché ancora oggi non so dire se viveva nel regio del sonno o in quello della veglia. E con gli occhi chiusi vedevo le forme gonfiarsi. Perdere ogni razionalità. E più stringevo gli occhi più mi si paravano davanti. E aprirli in quel buio secco non mi aiutava. Immagini che crescevano. Come fermentando. Come deformandosi. Forme grottesche. Plastica sopra la fiamma viva.

Poi le righine di tapparella finivano il loro percorso sul soffitto. E tutto passava. Per un po’. Lasciando quelle immagini impresse nella retina e il respiro accelerato. E cercavo tra le lenzuola un nido che mi mettesse al riparo dalla notte.

E mi svegliavo la mattina cercando sicurezza in quell’undici.

Questo scritto è comparso su AliceBaum nel 2011. Poi è sparito, come AliceBaum.

 

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10 comments

  1. Se vivessi in un palazzo di città mi piacerebbe vivere ai piani alti. 11 è un numero che mi sta simpatico. Per esempio, e’ il mio numero di casa. Quando parli di incubi e angosce notturne lo fai sempre bene(mi pare di ricordare altri passaggi).La notte, a volte, è popolata da strani mostri, invisibili di giorno. Io con qualcuno c’ho fatto amicizia e non è male.

  2. Mi piace la percezione delle cose. Gli autoarticolati che rigano la notte. A volte bastano dei pensieri sbagliati, a rigare la notte. Poi ricompare la luce e quelle righe non si vedono. Si, mi piace proprio.

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