Platini e Boniek

platiniboniekDa piccolo ero juventino. Insomma, non un grande juventino, un tifoso blando. Mai andato una volta allo stadio. Le partite le guardavo alla tv. Erano i tempi di Platini e Boniek. E se non ti ricordi Platini e Boniek è meglio che chiudiamo il discorso e torni sul sito di Repubblica, a vedere i filmati dei russi che fanno gli incidenti automobilistici.
In quegli anni mi dicevo juventino, ma vivevo il tifo con un signorile distacco. Nella mia razionalità pignolesca, non ammettevo che un singolo fatto (unico, verificabile, reale) potesse essere visto in modo così diverso da noi bambini, tifosi delle tre diverse squadre.
Tre, perché crescendo nella periferia di Milano, le squadre erano tre. Tutte e tre a righe nere verticali. Inframmezzate, a seconda delle fazioni, da bianco-, rosso-, -azzurro (non blu, proprio azzurro!).
Forse è per quella ossessione della precisione che mia nonna Rina mi chiamava “caga rampìn”, ma forse così andiamo fuori tema.
Una sera la Juve era in coppa. Forse Coppa dei Campioni. Mica la Champions, proprio la Coppa dei Campioni. Quella che si va avanti al meglio delle due partite e i gol in trasferta valgono doppio, ma non in automatico, adesso zitto che giocano che poi te lo spiego.
La Juve era stata eliminata. Io sono andato a letto arrabbiato e, nell’insonnia adrenalinica, riflettevo sulle ragioni di quell’arrabbiatura. “Possibile che sia così cretino da prendermela? Sono loro che prendono i miliardi e sono io che mi arrabbio”. Perché allora i calciatori prendevano i miliardi, quelli bravi come Platini e Boniek almeno. E se sei arrivato fino a qui, lo dovresti ricordare chi sono Platini e Boniek.
Da allora mi sono detto che lo sport è bello, ma solo quello praticato. Non quello chiacchierato dei bar fumosi. Eh, sì: quando c’erano Platini e Boniek nei bar si fumava. Obbligatoriamente.
Adesso è passato un po’ di tempo. Ma imprevedibilmente mi trovo a confrontarmi con commentatori politici improvvisati.
Di quelli che sentono di dire la propria opinione illuminata su tutto. Di quelli che in mancanza di America’s Cup (alibi imperfetto per usare termini assurdi come gomena, boma, babordo, lasca) si dilettano maledettamente di politica. Ma lo fanno con la stessa odiosa indole dei tifosi delle mie scuole dell’obbligo. Non cercano di capire le ragioni di un movimento, il suo programma, la sua credibilità. Sbraitano, inneggiano, ripetono slogan. La voce si unisce ad altre. Si fa grossa. L’unisono pecoresco rafforza la convinzione reciproca.
Il brutto è che i miei compagni di classe non venivano convocati per giocare in serie A.
I ciccioni che sciorinano termini marinareschi non tengono timoni.
Ma i tifosi della politica votano. Votano. Questi votano!

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