Aspettando il campione

mortiroloEravamo partiti presto. Avevamo smontato le ruote davanti. E avevamo messo le tre biciclette monche sul portapacchi.  In piedi come se corressero in gruppo. Come fanno i ciclisti veri. Siamo arrivati presto, ai piedi di quella montagna che conoscevo di fama. Era la mattina del 5 giugno del 1999.
Non sono un ciclista, non lo sono mai stato. Ma quei pomeriggi d’estate a guardare il tour con Marino, nelle nostre estati mantovane, mi avevano fatto apprezzare quel sapore antico di sport. Povero. Faticoso. Fatto di sacrifici e di salite. Di energia da dosare e di cuore da sprecare.
Avevo comprato una bicicletta usata da Stefano, che l’aveva vinta a una lotteria. Me l’ha venduta per duecentomila lire “molto meno del suo valore”. Una bicicletta nera bianca, gialla e arancione, abbinamento così brutto che le davano di diritto il titolo di “mountain bike”.
Siamo arrivati presto ai piedi del Mortirolo. Quando la foschia della mattina risaliva, quasi a suggerirci la direzione. Abbiamo rimontato le biciclette e abbiamo cominciato a salire su quelle pendenze proibitive.

Dei tre io ero il più scarso. Paolo se la cavava e Gerardo era una via di mezzo: amava più la montagna dei pedali. Ma su quelle pendenze si fermavano anche quelli bravi. Qualche tratto con il rapporto più corto, a pedalare come bambini. Qualche tratto addirittura a piedi, con la bici di fianco. Fedele cavallo di ferro. Con i bergamaschi che salivano a piedi, gli zaini pieni di panini e birra, che gridavano “mitici lo stesso”. E prendevano in giro solo un po’.
Ma alla fine siamo arrivati in cima. E abbiamo aspettato il campione.
Quel campione che dopo tanto Indurain, finalmente ci ridava un po’ di orgoglio. Quel campione magro e scattante. Quel pelato giovane, un po’ brutto un po’ buffo. Quel campione che risultava anche più simpatico, dopo essere stato azzoppato un paio di volte da incidenti con le auto.
Ma il campione non arrivava. Noi sul prato da ore, a tirare fuori i panini portati su negli zaini invicta. Ma niente.

L’altopiano dell’arrivo si era trasformato in una fiera di paese. Le macchine degli sponsor, quelli venuti su a piedi, i ciclisti. Colori, striscioni, bandane gialle.
Ma il campione non arrivava.
Si è diffusa la notizia che il campione non era partito. Gli avevano trovato l’ematocrito sballato. La radio dice che il sangue è come marmellata.
Ma il campione non arrivava. Non sarebbe arrivato.
Siamo scesi veloci. Da quella dozzina di chilometri che per farla in salita ci abbiamo sudato per ore.
L’orgoglio di avercela fatta aveva una vena di tristezza. Il campione che ormai era a un paio di tappe dalla vittoria finale del giro, era stato squalificato.

Siamo tornati verso Milano un po’ più silenziosi. Dando la colpa al sole preso in faccia.

Marco Pantani è morto cinque anni dopo. In una camera d’albergo triste e sconfitta come quel ritiro.
E da quel 14 febbraio, proprio oggi, sono passati nove anni.
Quella giornata mi ha dato il gusto del sudore. E se adesso corro con lentezza le maratone forse è anche un po’ per quel gusto.
Non vado più in bici. Non sono stato più sul Mortirolo. Non ho più aspettato i ciclisti in una tappa del giro.
Ma in segreto io ancora lo aspetto il campione.

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15 comments

  1. Le maratone sono belle, hanno quel gusto di solitudine e onnipotenza che…Che! Certo io sono di parte, sempre per quella storia lì che io non so andare in bici.
    Mi pare che tu sia sempre più bravo.

  2. Un runner che parla di ciclismo, più unico che raro (ho visto la sponsorizzazione di Linus alla Nove Colli, ma mi sa di marchetta). E con la maestria, l’equlibrio, il dosaggio di emozioni “solito” (nel senso di “fantastico come sempre”). E quel pizzico di retorica che a volte non guasta. I tuoi scritti sono spesso flash di emozione nella mia giornata: ti dico semplicemente “grazie”.

  3. La salita, la montagna, la fatica… A me la storia di Pantani ha messo sempre tanta tristezza. Bellissimo questo post. anche questo post. E’ un periodo buono per la tua penna. Un periodo particolarmente ispirato. (almeno per i miei gusti)

  4. … Anche io mi ricordo di quel 5 giugno … dopo Chiappucci, il Pirata, è il sogno di noi “montanari” di campagna che la salita più impegnativa era una “calata” di un argine… ero in riva ad un lago a festeggiare con amici ed è giunta la notizia dell’esclusione di Pantani dal Giro… e poi il declino fino alla tragica notizia del 14 febbraio di 9 anni fa… in fondo anche io sto ancora aspettando di veder volare via la bandana e che un campioni si alzi sui pedali… ricordo di un ciclismo che ora non c’è più

  5. bellissimo il tuo correre lentamente, bello come l’hai scritto e come ci sei arrivato, bello il racconto sul mortirolo. e fin qua ci siamo, che sia bello leggerti è un dato di fatto incontrovertibile e sarei pronto a difendere la teoria anche sotto tortura ;)
    però.
    però stavolta non riesco proprio ad empatizzare. sai che amo la bici. non è solo amore, è estensione del mio corpo, è esserci su in ogni momento possibile, è farci vacanze pedalate salite discese. è essenza. eppure, non riesco ad amare neanche uno zic il ciclismo. quel ciclismo. non mi dice nulla, o meglio: non riesco a separarlo dall’idea che quelli che corrono quelle bici non siano umani ma dopumani. non riesco a tifare per un anabolizzante che affronta un gran premio della montagna meglio di uno steroide. non gliela fo’. non ho sofferto quando pantani s’è ritirato, non lo sentivo come campione, quando morì mi dispiacque unicamente per il suo dramma umano. non mi illudo che sessant’anni fa fosse meglio. semplicemente, preferisco pensare a bartali che faceva la staffetta partigiana infilando i messaggi nella canna della bici. ma questa è un’altra storia.

  6. Emozionante questo pezzo. Non sono appassionata di ciclismo (né di nessun altro sport, a dirla tutta) ma la storia di Pantani va oltre lo sport, e lascia comunque l’amaro in bocca. La maratona è una buona scelta. Adulta. Complimenti. Sempre un piacere leggerti.

  7. UN tempo pedalavo moltissimo, tutti i giorni… poi ho cominciato a camminare e non ho più smesso, ma ogni tanto mi viene un po’ di nostalgia dei pedali, specie se leggo pezzi come questo che rendono benissimo il senso di questo sport.

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