Le scarpe fuori

lescarpefuoriSamira è nata a Sarajevo, ma adesso vive a Torino. L’ho conosciuta quando io facevo volontariato e lei era stata reclutata per fare da interprete per un progetto della Regione. Erano gli anni dell’università e d’estate preferivo spendere il mio tempo così, piuttosto che frequentare riviere piene di discoteche piene di gente piena di gel. Tutta questa pienezza mi dava un senso di vuoto. O forse era solo la mia inettitudine, chissà. Samira, senza che glielo chiedessi, mi ha preso come fratello minore. Dall’alto dei due o tre anni più di me, continuava a darmi consigli e a brontolare in quell’italiano senza articoli.

Mi spostavo con i mezzi pubblici allora. E all’occorrenza usavo la Citroen AX di casa. Quell’utilitaria era usata mia mamma e da noi figli. La mamma metteva la benzina, noi litigavamo per usarla la sera. Nessuno la puliva. Mai. Non che ci fossero i cartoni di pizza e i bicchieri di carta come nei telefilm americani, ma non era per niente pulita. Snobbavamo la cura dell’auto. Più che per pigrizia, era per un malinteso senso di superiorità verso quegli omini medi che passavano il sabato mattina con la cera arexons e la pelle di daino.
Ma alla fine i volantini messi sotto i tergicristalli, gli scontrini, la polvere, finivano per stratificarsi sul cruscotto e nei vani portaoggetti pericolosamente capienti.
Simone: guarda come è questa macchina!”
“No, ma guarda, la macchina non è mia… la usiamo tutti… è uno strumento, non una cosa importante…

Ma poi se ci porti ragazze cosa pensano? Che sei sporco anche tu, come qui”
Io sorridevo di questo punto di vista, ma questa attenzione (a un aspetto lontanissimo dal mio sentire) mi è sempre rimasto in mente.

Qualche anno dopo con Francesca siamo andati a trovarla. Visitando Torino ci siamo fermati a dormire da Samira e Marco. Si erano sposato da poco e abitavano in centro, a Torino.Lui ci è nato. Lei ci viveva da qualche anno, e la guerra aveva reso definitiva la provvisorietà di questa residenza. Quando siamo arrivati in casa ci ha fatto lasciare le scarpe fuori. Una tradizione bosniaca, arrivata probabilmente dai riferimenti islamici di quella terra.
All’inizio questa richiesta mi ha imbarazzato. E se i piedi puzzassero, dopo una giornata passata in giro da turista? E se le calze fossero bucate?
Ma più di tutto mi mancava la barriera, la protezione che danno le scarpe. Ci ha dato un paio di ciabatte di pezza a testa, dicendo che non eravamo obbligati. Ma come facevi a dire di no?
Questo gesto tradizionale, semplice, per qualche aspetto intimo, ci ha colpito molto. Tanto che il giorno dopo ci siamo detti “quando avremo una casa anche noi facciamo lasciare le scarpe all’ingresso e diamo le ciabatte ai nostri ospiti”. Un proposito che spesso abbiamo mantenuto.
Un modo di accogliere che fa sentire a casa propria. Distingue chi è di passaggio da chi è amico. E’ caldo, accogliente, pulito.

L’ho rivista un paio di anni fa, Samira. Passavo per Torino ed è venuta a prendere un caffè alla stazione. Ha un bambino bellissimo, che magari è troppo grande per sentirsi chiamare bambino. Un bambino con gli occhi verdi e un accento sabaudo che un po’ mi fa ridere. Un bambino che lascia le scarpe all’ingresso e che brontolerà quando la mamma gli dirà di tenere pulito il cruscotto della sua macchina.

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13 comments

  1. un oggetto culto: le ciabattine da 50 centesimi in stoffa colorata-fantasia della coop. come sai la nostra religione prevede che non sia concepibile non possederne almeno quindici paia vicino alla porta di casa, si sa mai che ci arrivi a trovare all’improvviso qualche amico in più del previsto.

  2. Mi piace come i ricordi e gli avvenimenti ,nei tuoi post, riescano tramite la semplicita’ ad avere quel tocco un po’ nostalgico, malinconico a volte, romantico, vero e poetico…
    A proposito di questo post, solo come curiosita’, volevo aggiungere che questa meravigliosa usanza di togliere le scarpe fuori casa , esiste anche in Svizzera, e lo fanno tutti, ma proprio tutti, anche se e’ solo per un momento…..e anche a scuola…..la scarpiera e’ di solito fuori casa o sul pianerottolo…..

  3. Le mie figlie hanno imparato a togliersi le scarpe appena entrano in una casa. E’ una bella libertà. E’ un bel modo di vivere l’altro. Per me ci è voluto di più per scrollarmi di dosso l’imbarazzo, ma da quando ho superato questa barriera, ho trovato tanti amici.
    Bel post. Bella riflessione.

  4. In generale è un uso abbastanza diffuso in tutti i paesi nordici, soprattutto dove si fa largo uso della moquette. Una scelta di tipo pratico, che porta allo stesso risultato di quella dettata dalle usanze religiose islamiche.

  5. Ohibò, mi scopro ascendenze bosniache anch’io, non lo sapevo: gli amici dei miei figli, che stazionano in permanenza a casa mia, da anni si levano spontaneamente le scarpe chiedendo un paio di ciabatte (marito e figlio ne hanno sempre in giro almeno tre o quattro a testa) non per non sporcare la (figuriamoci) incasinatissima dimora ma evidentemente per sentirsi anche loro a casa…

  6. Sai che è un’usanza che ho visto anche in Germania?
    E anche una mia amica ti fa lasciare le scarpe fuori, ma lei perché è una di quelle fissate con le pulizie di casa. Quando ha appena passato la cera, a volte, non ti apre proprio.

  7. Qui non siamo nei paesi nordici e non siamo musulmani. Rispetto l’usanza, ma nel rispetto degli altri condomini e per il decoro dell’abitazione, si fanno levare le scarpe agli ospiti e le si appoggiano DENTRO al proprio uscio di casa.
    Io, uscire di casa e trovarmi sul pianerottolo scarpe e ciabatte del padrone e degli ospiti, mi dispiace ma… lo trovo decisamente di cattivo gusto e anche maleducato. Il pianerottolo è di tutti e più sta sgombro, più sta pulito.
    Ovviamente, se uno abita in una casa per conto proprio è libero di fare tutto quello che meglio crede.

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