Paura

policjiaCi trovavamo in Bosnia, era estate, eravamo giovani. Avevamo un progetto con dentro tanta pace e tantissimo entusiasmo. E nessun soldo da prendere, neanche quello del viaggio. E anche di questo eravamo superbamente fieri.
Cantone di Una-Sana, città di Ključ.
Dal lunedi al venerdi, la mattina e il pomeriggio stavamo coi bambini e ragazzini. Organizzavamo giochi, tornei, lavoretti. Persino un qualcosa di simile alla didattica.
Ci bastava essere lì, dimostrare che l’odio non è la risposta. Che il loro destino (come diceva l’incipit della tesi di Anna) stava a cuore a qualcuno. Eravamo il modello giocoso e sorridente di un occidente che non voleva capire i loro odii. Che non voleva ammiccare alle loro faide recenti tra vicini di casa.

Quel sabato avevamo deciso di fare i turisti, a Sarajevo. Duecento chilometri dei loro. Ma il tempo l’avevamo e anche la bella compagnia. Eravamo in quattro, sulla mia Opel Corsa. Io e tre ragazze. Per contrasto col casino che ci circondava, ci sentivamo persino belli, persino ricchi. E la Corsa sembrava una Cadillac.
Sarajevo era bella. Anche con tutti quei segni dell’assedio. Persino senza trovarci dentro nessuno da salutare.

Ma è stato al ritorno che abbiamo preso quello spavento. Quello grosso, che ancora ricordo come fosse successo ieri.
Il nostro campo estivo era in una cittadina geograficamente dalla parte bosniaco-musulmana. Ma anche emotivamente eravamo vicini a loro. Era la gente che avevamo conosciuto nei campi profughi in Slovenia. Erano quelli che ci avevano insegnato la loro lingua, con la loro inflessione e i loro errori di pronuncia. Erano quelli che avevamo frequentato di più. Quelli che ci avevano avuto a cena, quelli che ci avevano adottato invitandoci a casa loro, una volta finita la guerra.

La strada per Sarajevo era un continuo entrare e uscire dalla parte serbo-bosniaco a quella croato-musulmana. Non che per noi facesse grande differenza, ma quelle scritte in cirillico, con la guerra così fresca di cronaca ci impensieriva.
La sera era scesa presto e noi ci siamo fermati per strada a mangiare. Dopo cena era notte. Strade da fare con lentezza e attenzione. Un lampione solo sull’incrocio principale di ogni paesino. Fuori il buio, la notte.

Ormai mancavano pochi chilometri alla conclusione del nostro viaggio di ritorno. La strada, quasi deserta, buia del tutto, passa in mezzo alla campagna.
Due lucine da lontano. Ci avviciniamo. E’ una pattuglia della polizia. Poliziotti Serbo-bosniaci con uniformi strane, disordinate.
Accostiamo, fuori dalla strada, in uno slargo sterrato.
Ci fanno domande che non capiamo, neanche Silvia, quella che parla la loro lingua meglio di tutti noi. Lingua che mi sembra improvvisamente oscura. Consegno la patente e il libretto. Fidandomi della logica, più che della traduzione.
“Dicono di seguirli” dice Silvia. Li seguo e facciamo per allontanarci dall’auto. Silvia istintivamente si presta come interprete e fa per seguirci. L’altro dice no. La blocca ancora in macchina. Mi giro, vedo la scena goffa. E mi preoccupo.
Siamo tutti in silenzio. Rifletto: No, ma io non ho niente da temere. Non sono nemici. Noi non siamo nemici loro. Sì, ma lo sanno?
Non è che hanno sentito che parliamo con l’accento dei loro nemici?
Cerco di sorridere, di mostrarmi cordiale, ma la tensione peggiora. Peggiora.
Non ci capiamo. Gli voglio dire la frase che mi hanno insegnato “non scrivere [la multa]”.
Ma come si dice “Ne pisati” o era “Ne pišati”. Solo che uno dei due vuol dire “non pisciare” e se sbaglio è un casino.
Ma adesso questo dubbio non mi fa ridere. Ho paura. Perché mi ha voluto qui, da solo? Perché siamo al buio io e lui? Cosa vuole da me?
Alla fine gli dico impaurito “Koliko je la multa?” Metà in italiano. Gli faccio vedere venti marchi convertibili. Lui mi fa un gesto come a un bambino. Come dire “non farti vedere, cretino. Non sai stare al mondo?”.
Glieli do, li prende. Fa un gesto come dire “vai”.
Riprendiamo il viaggio. In silenzio. Brutto spavento. Abbiamo scampato un pericolo che non c’è mai stato. Ma ci è restata addosso una paura nera.
La strada mi sembra molto più buia. Non abbiamo più tanta voglia di cantare.

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13 comments

  1. particolare non secondario, quello dell’assenza di luce, o di luci ridotte al minimo, una di quelle cose che, di certi luoghi, ti rimane dentro. non ci siamo abituati, in mezzo all’illuminazione a trecentosessantagradi che abbiamo attorno tutti i giorni, e quanto si sente. e, a volte, quanto manca… (momenti di paura a parte)

  2. A me è successo mentre gironzolavo a piedi nelle calde notti californiane. Certo, li non c’era stata la guerra e la lingua non mi era del tutto oscura, ma avevo diciassette anni e loro erano due, grandi, grossi ed incazzosissimi.

      1. Parecchio.
        Anche perché lì avevano un periodo di grossi problemi di delinquenza minorile, quindi i poliziotti partivano sul piede di guerra.
        Parlare con uno che mastica le parole perché ha fretta di aver risposte, mentre l’altro è alle tue spalle con il fucile in mano da un vago senso di: “Ricordatemi così, sul lungomare, tra sabbia e luna park.”

  3. è incredibile come la paura non la senti, è un’elasticata, un brivido forte che ti brucia soltanto dopo. E’ il contraccolpo che resta poi perchè l’adrenalina non ti consente di sentire nel mentre, sei troppo impegnato a stare al mondo. Come se la consapevolezza entrasse dopo, piano piano. Micidiale vedere come si riesca a stare in situazioni che mai uno avrebbe pensato, invece.

  4. Il detto popolare dice che la paura è un’ombra e molto spesso infatti è così. Le paure sono più nella nostra nostra testa che nella realtà. Ma qui. Accipicchia.E’ notte fonda altro che ombra! Io sarei quasi morta. Di paura. Meno male che andò tutto bene.

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