Pulmino Volkswagen

Sento una notizia di fondo al giornale radio.  Dice che dopo tanti tanti anni, chiuderà la fabbrica del pulmino Volkswagen.
Gli impianti delle case automobilistiche, quando da noi sono considerati vecchi, vengono spostati nei paesi emergenti. Continuano a seguire i mercati. Prolungando la vita di alcuni modelli oltre i gusti dell’occidente smanioso di novità.
Quindi il mitico pulmino Volkswagen, quello degli anni sessanta e settanta, quello degli hippy e dei campeggiatori cappelloni, quello dei giovani con la chitarra, non si fabbricherà più.
La notizia resta sospesa, in un angolo della mente. Non mi colpisce forte.

Ma quando l’indomani, mi fermo a un semaforo rosso dietro a uno di questi, mi prende una strana nostalgia.
La nostalgia è una strana alchimia formata da un dolore e da un allontamanento. Ecco, nel mio caso manca un allontanamento perché uno di questi aggeggi  rugginosi e affascinanti, nella mia vita non c’è mai stato.
C’è stato il campeggio, negli anni settanta. Ma i miei ci portavano con coloratissime 128 Fiat, con carrellino a seguito. C’è stata la chitarra. Capelli lunghi, quelli no.

Mi viene voglia di comprarlo, prima che sia tardi, prima che sparisca. Penso a quegli ideali, conosciuti fuori tempo limite tramite film e canzoni. Quella ricerca di libertà, quella voglia di cambiare il mondo, di farsi sentire, di musica, di colori.
Penso come sarebbe adesso andare su uno di quelli. Penso al vecchio motore, a quanto sia inefficiente, inquinante e rumoroso per i parametri di questo millennio. Penso che magari, un modello più nuovo, sarebbe meglio. Sarebbe un buon compromesso.
Passa un vecchio Ducato.
Mi dico, no: i vecchi simboli non vanno interpolati. Le mediazioni non sono accettabili. O tutto o niente.

Scatta il verde. Partiamo.
Mi dico che no, non sarebbe giusto portarmi a casa uno di quei vecchi furgoni. Non considero neanche i soldi e il posto dove tenerlo. Sono problemi pratici che vanno oltre questi pensieri da traffico poco scorrevole.
Alla fine mi convinco che ogni generazione è giusto che abbia i suoi, di miti. Non servono simboli usati. Neanche se tenuti bene e con pochi chilometri.

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7 comments

  1. Io in uno di questi ci sono cresciuta, era carta da zucchero e ci ho visto l’Europa in lungo e in largo (e non ero figlia di capelloni nè di hippy, niente di alternativo, gente normale, voglia di vacanze lunghe, soldi pochini). Fa parte di me quell’oggetto, e ci abbiamo pensato tanto se riprenderne uno. Non lo so, magari un giorno, forse. Non è mai passato il tempo, guarda la Vespa. No, certi tempi non passano mai, il piacere di goderne, lentamente.

  2. Non fa parte neppure del mio passato personale.
    Ma qui, nel quartiere in cui abito da tutta la vita, c’è uno di quei pulmini.
    E’ arancione, un colore imprevedibile ai tempi attuali, ma perfetto per l’epoca alla quale risale.
    E da anni e anni, ogni volta che lo vedo immagino viaggi attraverso l’Europa, verso nord, e tento di indovinare quali avventure abbia vissuto quel pulmino.
    Da oggi ancor di più, ne sono certa.
    Grazie del post, speciale come sempre.

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