La crepa

la crepa, unica novità nella fortezzaNon conta in nome di che popolo, o in base a quale articolo, comma e codice. Conta invece la parola ergastolo, che alla fine è stata pronunciata. E un colpo di martello di legno. Toc, la seduta è chiusa.

Domenico Bertotti non lo avevano mai visto litigare con nessuno. Ma tutti lo rispettavano. Faceva inspiegabilmente paura.
Non era un gigante: era piuttosto ben piantato, ma bassino. Parlava poco, poco e niente, quello sì.
Anche le guardie ne avevano timore, tanto che quasi subito, era stato messo in cella da solo. Come se fosse in isolamento, ma nessun provvedimento formale lo aveva disposto. Solo una paura lontana, di quelle senza parole. Per soddisfare questo strano presagio, il direttore del penitenziario lo aveva messo nell’ultima cella. Quella nell’ala bassa della fortezza. Quella verso nord-ovest, dalla parte del dirupo. Proprio lì dove le mura erano meno spesse, perché quando la fortezza è stata costruita, nessun nemico avrebbe potuto attaccare da quella parte.  Nessun nemico tranne la tramontana.
Quel silenzio abituale del detenuto Bertotti, matricola 4.218, non è ribellione, rabbia o protesta. E’ piuttosto l’adattamento, anche fisico, al sapore della parola ergastolo.
Forse è l’unico detenuto che non perde tempo a proclamarsi innocente. E visto che la vita lì dentro lascia poco di sensato da dire, Bertotti, prevalentemente, tace.

Giorni sempre uguali, mesi sempre uguali. Vita sempre uguale. Prevedibile. Già detta. Fino alla fine.
Qui nella fortezza, quello che davvero uccide non è il freddo, non è il caldo, non è nemmeno il rancio. E’ proprio la inesorabile mancanza di novità.

Una mattina buia di ottobre, mattina uguale alle altre, come da regolameno, il 4.218 è coricato sul tavolaccio che gli fa da letto. Occhi al soffitto, inespressivi. Ad un tratto nota qualcosa. Una riga sul soffitto. Una crepa. Una crepa sul soffitto che ha guardato ore e ore. Una crepa che prima sicuramente non c’era.
La guarda. La guarda e non sa cosa pensare. Non è più abituato ad accogliere una novità. Per piccola che sia.
Non pensa, Bertotti. Guarda la crepa. Per ore.  Adesso ha qualcosa da fare, nella sua cella. Guardare la crepa e pensare. E immaginare.
Passano i giorni e la crepa si muove.
Cresce piano, sotto quello sguardo in direzione di un cielo che non c’è.
Bertotti prova una sensazione nuova. Nuova per la sua lunga vita nella fortezza.
Nasce un tormento sottile. La crepa cresce sempre più. Ogni mattina è l’attesa trepida del primo chiarore. Per vedere se la riga prosegue dritta. O va verso destra, o gira a sinistra. Immaginandosi quale ghirigori sappia disegnare oggi. Riga pulita, dritta o segno complesso, ricercato?

Cresce , cresce ancora. Ormai la crepa è viva. E’ grande.
E un pensiero comincia a farsi strada. Se la crepa cresce ancora, potrebbe danneggiare la cella e farla crollare. Per questo basterebbe dire un “Basta”. Chiamare la guardia. Chiedere di controllare. Le guardie non sono uomini, ma il regolamento parla chiaro. Si interviene. E subito.
Ma questo vorrebbe dire rinunciare a quella piccola, unica, inutile novità di questa vita. Ce la farebbe, oggi, a vivere senza?

E la mattina, che questo autunno trattiene ogni giorno un po’ di più vicino alla notte, ormai ha voglia di vederla, di leggerla.
Un’ansia d’attesa che assomiglia a una speranza. I pensieri si scongelano e cominciano a fluire.
Sì è mossa stanotte? Non ancora? Quando passa questo buio umido? Quanti giorni prima che mi crolli addosso questa speranza? E se mi fossi immaginato tutto?

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11 comments

  1. Le crepe sono il punto di passaggio tra una dimensione e l’altra.
    Io guardo quelle che il terremoto mi ha lasciato e penso sempre di avere dei portali di passaggio in casa. Per un secondo, uno solo, mi sento una privilegiata.

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