La rincorsa

olimpiadi, salto in lungo, bambiniUna storia lunga un attimo. Una storia vera di una sensazione. Una storia nata nel pomeriggio in campagna, tante olimpiadi fa.
Nelle ore più calde guardavamo le olimpiadi, non ricordo da quale fuso orario trasmettessero, ho ricordi in differita.
Ma ricordo la voglia di emulare la gloria di quei campioni. Rapiti più o meno consapevolmente dalla bellezza dello sguardo di chi ha vinto e alza gli occhi dal tartan della pista. Quando finalmente ha tempo per rendersi finalmente conto delle persone attorno. E’ lì. Applaude. Un sorriso pieno di incredulità.
Quindi noi bambini ci abbiamo messo poco a organizzare le nostre olimpiadi.
Non c’erano piste di atletica, ma un argine del Po. Ma poi nessuno voleva fare corse più lunghe di qualche centinaio di metri. E poi si sapeva già che vincevano i più grandi e non c’è gusto.
Ci siamo concentrati sui salti. Sull’aia di cemento c’era sempre qualche mucchio di sabbia di fiume, lavori edili in economia.
Il salto il lungo era quindi la cosa più facile da preparare. Più del salto in alto, che poi è un casino saltare all’indietro e non hai mai niente di decentemente morbido su cui cadere.
Ma la sabbia è spianata. Tiriamo una riga arancione con una pietra, ad indicare il limite tra rincorsa e salto.
Tocca a me. Prendo la rincorsa. Ma non ho tecnica. Parto. Non ho in mente come atterrerò. Negli occhi ho i Carl Lewis, che sembrano scivolare in silenzio nell’aria. Orizzontali, lunghissimi. Braccia e gambe in avanti. No, ma io…
Sento la disperazione di un attimo. La rincorsa è partita ma capisco di non avere calcolato tutto. Il passo non è più una sequenza ritmica regolare. Capisco che il salto non lo farò, che non sta andando come credevo. Non so se fermarmi, come fermarmi. Non so se accelerare, forzare.
Davvero brutta questa sensazione di mancato controllo. Tanto che ancora la ricordo.
Va a cagare le olimpiadi, prendiamo il pallone. Chi fa le squadre?

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23 comments

  1. Eeheh… mi ricorda una delle prime volte che ho fatto un drop col pallone da rugby.
    Poi ho capito che se non facevo un drop decente era colpa del prato, non dei miei piedi :)

  2. L’aia era il “nostro” campo da calcio ma era diventato anche il “campo delle olimpiadi”… mi ricordo le medaglie verdi con la scritta… ma forse quelle erano le gare delle “giovani marmotte” … e forse questa è un’altra storia da post

  3. Eduardo Galeano raccontava l’aneddoto dell’intervista alla teologa tedesca Dorothee Solle, che ad un giornalista che le chiese “Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?”, rispose “Non glielo spiegherei, gli darei un pallone per farlo giocare”. Non so per quale curioso istinto animale accada ciò, ma sottoscrivo. Al tempo stesso, c’è un momento attraverso cui credo si debba passare, che è la “silenziosa sfida con se stessi”. Quella che si immagina lo stadio olimpico attorno, ed il boato, nel salotto di casa, o nel cortile, o per la strada di fronte casa, quel boato agli altri invisibile, ma a te ben presente, che ti sostiene nel momento in cui lanciandoti sul divano superi in Fosbury un asta invisibile; quel visibilio che ti ovaziona nel momento in cui tagli il traguardo simbolico del cancello di casa entrando in bici con una veemenza tale che, se per caso esce una macchina in quel momento, l’ospedale è la migliore delle ipotesi; quel grido soffocato che quasi ti vergogni che gli altri possano notare (mica che sembri che parli da solo) ma ti fa esultare per un salto più lungo di due mattonelle rispetto al precedente. Quella silenziosa sfida del super-ego-bambino che però, ad un certo punto, fa i conti con lo spogliatoio. E quello, non c’è fantasia che tenga. Prepara il pallone, fra un mese siamo a Roma. ;)

  4. Sì, ma poi il salto lo fai sì o no? Non capisco bene se poi affondi piedi e mani nella rena più o meno soddisfatto. Perché questo fa la sua differenza. Quando si salta c’è sempre un attimo di vuoto. Un attimo senza controllo. Ma è normale. Bisogna solo aver fiducia e lasciarsi andare.

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