Il turno di Pico

Federico col nonno sul trattoreL’anno scorso è toccato a Luca, il secondogenito. L’anno prima a Chiara, che aveva già sei anni. Quindi non dovrebbe sembrarmi così strano che Federico passi una settimana coi nonni, in campagna. Eppure.

Federico ha quattro anni e mezzo. Mi chiama “papo” anche se gli ho sempre detto di non farlo, che non amo le variazioni sui nomi. Lui finge di assecondarmi e va avanti come se niente fosse. Ha un carattere forte, deciso. Ha una bella dialettica. Sa spiegare il perché delle cose, con una logica talmente lucida che spesso stupisce gli adulti.

Io spesso lo chiamo Pico e lui è più tollerante di me. Anche con i diminutivi. Coi nonni ci sta bene. Li vede poco, abitiamo lontano. Per tutto l’inverno, al telefono non si è negato. Non è come il nonno, Chiara e Luca che sono allergici alla cornetta. Lui chiedeva novità, pianificava, invitava. Chiedeva, con insistenza, notizie del trattore e delle zucche.
Per Federico la campagna è una fotografia d’agosto. Pantaloncini, petto nudo, polvere, sole. L’umidità e le zanzare ci sono eccome, ma Pico ha altro da fare che lamentarsene. E nei suoi ricordi non lasciano traccia.
Così quest’anno lo abbiamo lasciato, Pico, dai nonni. A Pieve di Coriano, sul Po. Che è provincia di Mantova, ma solo sulle cartine politiche. Nella realtà è sulla statale 12 che da Modena va a Verona e poi al Brennero. Se ascolti la lingua, è una specie di emiliano, imbastardito dal veneto e dal lontano lombardo. Sillabe aspre, poche vocali sprecate, forme contratte.

Sto divagando. Lo so. Il problema è che lasciando Pico dai nonni, mi ha preso una strana tristezza. Lo devo andare a riprendere dopo una sola settimana, mica tanto. Ma pensare che il piccolino, persino il piccolino, ormai dorme così lontano da casa per una settimana, mi fa sentire il tempo che passa. Che scorre via. Mi fa sentire il rumore delle cose che non tornano.
Al mare avevo la forte tentazione di trovare dei motivi razionali per rimandare questo supplemento di vacanza. Ma ha prevalso la voglia di fargli trascorrere un po’ di tempo coi nonni.

Ieri mi ha raccontato, al telefono, che ha passato ore col nonno a preparare il posto per il trattore. Togliendo erbacce da un orto, se ho capito bene. E che adesso è aiutante trattorista scelto. E di non dirlo ai suoi fratelli, che potrebbero soffiargli l’ambitissimo riconoscimento.

Oggi ho pianificato il viaggio di ritorno. Vado la prossima fine di settimana, come previsto.
Ma quando alla fine ho stampato i biglietti, ho provato un leggero senso di sollievo. Non so perché. Come se con Federico andassi a riprendermi un po’ della mia spensieratezza.

Aspettami, Pico, che il papo arriva.

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17 comments

  1. Il tuo post mi ha fatto venire in mente la prima volta che mi lasciarono a dormire dalla mia nonna. Bello Bellissimo… e quanta tenerezza provo ora.

  2. Anche mia figlia chiamava il padre “papo”, la parola ha una sonorità che identifica un affettuosità senza disconoscerne l’importanza e l’autorità. Io il mio lo chiamavo “papaci” era il mio vezzeggiativo, una parola d’altri tempi di altre terre.

    Il trattore: il primo diesel non si scorda mai. Avevo 10 anni quando mio nonno mi mise sopra in prima “lenta” a tenere il volante per far andare diritto il trattore mentre nel campo lui raccoglieva le balle di fieno e la nonna sul carro le impilava componendole nel puzzle di compattezza.

    Lascialo, Pico, a sgambettare felice dai nonni: li fanno crescere e sentire importanti, mentre noi genitori li trattiamo da “bambini” i nonni hanno la grande creativa capacità di mettersi al loro livello senza perdere di vista il rispetto e l’educazione. Certo che ci mancano, ma bisogna farli correre e maturare anche lontano da noi.

    Un sorriso da Trieste!

  3. quanti ricordi della mia gioventù, 60 ani fa. andare in campagna era una gioia, correre sul prato a piedi nudi raccogliere le spighe cadute,raccogliere le uova ancora tiepide. sei tenero e dolce, grazie per l’emozione.
    la mamma di eio

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