Vorrei poterle dire

Tram numero noveCome ogni mattina il signor Franco va al lavoro sul tram numero 9 che va da Via Vitruvio fino a piazza Cinque Giornate. Due fermate dopo cerca tra i passeggeri che salgono in vettura, lei. La signorina Vimercati. Da anni fanno lo stesso percorso e una volta, per puro caso, è capitato che un controllore verificasse i documenti di viaggio e chiedesse ad entrambi il nome. Da quel giorno il silenzio delle buone maniere si è incrinato. E a volte si scambiano garbati commenti sul caldo, quando fa caldo. E sul freddo, quando fa freddo. La mezza stagione no, devono inventarsi altri pretesti per accennare un sorriso.
Si danno del lei, da anni. Chiamandosi “Signore” e “Signorina”. Ma si sentono incautamente vicini.

Quella mattina il signor Franco la cerca tra i viaggiatori e la vede. Perché non è mica detto che poi salgano sullo stesso tram. Basta qualche minuto in più o in meno per far evaporare questo magico equilibrio. Che sa di coincidenza, ma anche tanto di routine e di cartellini orario da timbrare. Quando non la vede, finisce che questa aspettativa delusa resti, lì, in un cantone, a fermentare per il giorno feriale successivo.
La signorina Vimercati è salita. Ma è lontana, in uno dei pochi posti liberi. E non si conviene che lui si alzi e le vada vicino. Cosa penserebbe la gente?

Allora affonda rabbiosamente lo sguardo sul Corriere della Sera, Lire 50, pagine Dall’Italia.
Scorre le parole, ma non legge.

Pronuncia a mente le parole che vorrebbe dirle. Ma non vede proprio come potrebbe.
“Vorrei poterti dire cosa voglio da te. Sì, ma se te le dicessi non capiresti. E questo mi dispera. Vorrei avere la tranquillità di chiamarti per nome, darti del tu. Ma non per insolenza.
Perché io l’ho sentito che siamo vicini. Più di quanto queste panche di legno e questa gente in mezzo possa far pensare. So che ci capiamo al volo. Anche se finisce che parliamo sempre di nulla. Perché non conviene che una signorina intavoli grandi discorsi con un uomo sposato. Con due figli, per di più.
Ecco vorrei dirti che io vorrei dormirti vicino. Ma non per portarti a letto. (Oddio cosa mi esce!). Vorrei avere questa quotidianità e la libertà di parlarti di me. E di chiederti di te. E non di dove passerai i giorni in villeggiatura estiva.
Vorrei poterti dire parole che aspettavi. E che non ci sia bisogno di chiarire.
Vorrei…”

Rialza gli occhi che aveva conficcato nel quotidiano. E’ insoddisfatto di come lo ripiega. Come al solito. Ma poche decine di metri e il tram si fermerà. Come al solito. E attraversa gli
estranei brandendo come un machete garbato il suo “Scusi, scende alla prossima?”

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11 comments

  1. Voler potere dire tutto e non poter dire, o non riuscire a dire, nulla, a volte causa insofferenza e frustrazione, a volte invece diventa uno stile di vita, un modo di sublimare l’insoddisfazione per il grigiore del quotidiano con minuscoli, teneri picchi di esaltazione letteraria. A me questo tuo post sempre bello, sempre nitido, ha fatto venire invece in mente una poesia che amavo tanto da ragazza, L’amica di nonna Speranza di Gozzano, che è appunto un garbatissimo, delicatissimo, arguto gioco letterario.

  2. Che bello questo racconto! I miei genitori si sono conosciuti così, prendendo tutti i giorni lo stesso tram e poi piazza Cinque Giornate è a due passi dalla mia “vecchia” casa di bambina…

  3. “Che penserebbe la gente” e “non conviene che” sono due di quelle frasette che mi urtano un sacco, anche quando le leggo in un racconto bello come questo. Perché sono anni che cerco di andare oltre. Fammi parlare con Franco, magari lo convinco a fare il primo passo.

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