Proteggiamoci dal vento

proteggiamoci dal ventoDa qualche anno vicino a casa hanno aperto un bell’albergo. Strana posizione, non siamo in centro. Ma è comodo per prendere la metropolitana, comodo per il centro e comodo per l’aeroporto. Da fuori è molto elegante, con quei piani e piani di vetri scuri. Lo ricoprono tutto. Chissà com’è dentro.
Ci sono molti turisti. Da come si vestono direi soprattutto americani, giapponesi e tedeschi. E spagnoli.

Nel mio giro abituale passo di corsa a fianco di quell’hotel di lusso. Stamattina correndo, vedo una donna uscire di corsa dall’albergo. Anche lei per il suo allenamento. Guardandola meglio ricordo di averla già vista un paio di volte nelle ultime settimane. Forse è a Roma per lavoro e la mattina si ritaglia il suo momento di libertà.

Avrà trentacinque anni. E’ alta, forse più di me. In forma, sicuramente più di me. Corre meglio di me, con più eleganza. Con più scioltezza.
Avrà sui trentacinque anni, ma se ne dichiarasse cinque di più o di meno, non mi stupirei. Tutto sommato non mi importa di lei, ma per contrastare il peso dei primi chilometri, qualsiasi pensiero che aiuti a distrarmi è il benvenuto.
Ci metto tanto a raggiungerla, un chilometro forse. Ma oggi è lei che va più piano. La supero e istintivamente mi impegno a tenere una postura elegante.
Non voglio niente da lei, ma se superi qualcuno è anche una questione di stile, non trascinarsi troppo.
Non la vedo in faccia. Immagino cosa lei, da dietro, pensi di me “Italiano peloso, tracagnotto…”
“Sì, tracagnotten i maroni! Fanculen crucca. Intanto oggi sono davanti io.” Ho deciso che è tedesca, senza avere nessun indizio.
Sorrido da solo per questa mia reazione stizzita. Litigo da solo, coi dialoghi nella mia mente. Vuol dire che ho bisogno di ferie. Oppure ho solo bisogno di imparare a gustarmi quello che mi accade senza troppe balle. Ma prima o poi imparo, ne sono sicuro.

L’ho superata, ma sento che adatta il suo passo al mio, qualche metro dietro.
Non voglio farmi condizionare. Né accelerando, né rallentando. Mi piace pensare di poter fare da pacemaker per qualcuno. Per uno sconosciuto.

Vorrei dire qualcosa ma ha le cuffie. Come me. Ascolterà qualche robaccia tipo rock tedesco o Johnny Cash, per dire. Meglio non saperlo, meglio non perdere il ritmo.
Passano i minuti e sento una certa stanchezza verso il sesto chilometro. Vorrei rallentare. Ma non lo faccio. Sento una doppia responsabilità. Sto portando me stesso e quella sconosciuta che ha preso il mio passo. Non è un ciclista nel velodromo, che sta in scia come un parassita. E’ un compagno di corsa e oggi è il mio turno di tirare. E’ un qualcosa di gradevole, al di fuori dell’aspetto e del sesso di quel corridore.

Alla fine corro più del solito. Dopo altri tre chilometri le nostre strade si separano. Come immaginavo lei torna verso il suo albergo. Mi giro per controllare.
Il mio sorriso è nascosto dietro una faccia affaticata.
Lei sorride, discreta, ma piena di gratitudine. Come per dire “Grazie che mi hai protetto dal vento, grazie che oggi mi hai tirato tu”

Oggi ho corso di più. Ho corso meglio. Pensavo di essere io a tirare il compagno di corsa, ma mi viene il dubbio di essere stato aiutato da questo incontro casuale. Sotto la doccia penso a questo strano concetto del tirare e dello spingere. Penso a come sono diverso, da quando ho una famiglia a cui pensare. Meno pigro, meno egoista. La responsabilità non è un peso. E’ una magia che ti spinge, quando ti metti a tirare.

Non mi interessa niente di sapere chi sei, come ti chiami. Non mi interessa parlare con te.
Sono solo contento di averti protetto dal vento. Mi ha reso più forte.

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15 comments

  1. I tuoi post mi accendono sempre un sacco il pensiero laterale.
    Tipo, ma davvero c’è gente che si allena pure in vacanza? :)

    A parte tutto, ho letto un post che mi ha fatto davvero incavolare e il tuo mi ha rimesso al mondo. Grazie.

  2. Se non ti conoscessi direi: “Ecco il solito post del tipico italiano peloso tracagnotto”. Per fortuna ti conosco e posso dire che sei decisamente atipico.

    Il pezzo della presunta tedesca è una meraviglia :D.

  3. Molto vero, anche nella vita in generale. Tanto per cambiare, sto pensando al lavoro. Credo di aver sempre ‘tirato’ e non poco i miei colleghi. Non mi importa parlare con loro. Mi importa sapere che mi stanno seguendo e che questo guscio di noce di ufficio funziona un po’ meglio anche grazie a me.

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