Sacrosanta

Fin da piccola i nonni materni (che abitavano con lei) e i nonni paterni (a poche centinaia di metri)  non mancavano di gareggiare per farle sentire la loro presenza rassicurante. Presenza che spesso arrivava ad essere comprensione molto generosa di ogni marachella che i bimbi  della sua età non sanno e non vogliono negarsi.
Crescendo dovette affrontare le prime piccole prove della vita. E questa generosità a pioggia, seppe trasformarsi in aperta alleanza.
I contorni di questa generosità si stinsero, espandendosi. Per trasformarsi, in tutta naturalezza, in adesione aprioristica alle sue tesi.

Ben presto quella che era una piccola bugia, raccontata magari solo per giustificare un insuccesso, diventò una bugia bella e fatta.
Poi, a forza di giustificarsi e rassicurarsi, questa bugia diventò nella sua mente, la realtà.
Queste che erano nate come interpretazioni di comodo della realtà, diventarono descrizioni oggettive. E poi sacrosante verità. E nessuno seppe distoglierla in tempo da questo scivolamento. Nessuno le seppe trattenere. Scivolava, senza rendersene conto. Come verso un sonno del buon senso.
Fu così, che crescendo, Sonia, perse contatto con la realtà.
Finì per riscrivere la realtà ostile che gli altri, il resto del mondo, sembravano puntarle addosso.

Litigò col cugino Riccardo, con cui da ragazza era stato tanto affiatata, accusandolo anni dopo di averle fatto fare chissà quale brutta figura. Naturalmente lui non si ricordava nessuno dei precisissimi particolari che lei, negli anni, aveva memorizzato, integrato, arricchito, ricostruito, adattato e catalogato nella sua mente.
Tagliò i ponti con le amiche di un tempo. Che ormai avevano ritmi, tempi, lavori e famiglie diverse. Ed erano cambiate, distanti. Concrete.
Non creò mai un vero rapporto con le colleghe, che ingiusto precariato rese poco più che occasionali fastidi.
Ruppe con una specie di fidanzato. Di cui di colpo non si seppe più nulla. Sciolto nell’acido di una realtà troppo caustica per essere portata vicino alla pelle.
Si arroccò tagliando fuori tutto. Finendo per prendere abitudini da diva americana assediata. Senza che il mondo avesse avuto la minima intenzione di tributarle questo fastidio.

Un giorno di quasi primavera, però, si trovò a camminare. Da  sola, su una strada marginata da ciuffi d’erba. Asfaltata, ma poco battuta, vicino a casa. Un bosco di pioppi ordinati proiettavano sulla strada un’ombra decisa. La catena poco controllabile dei suoi pensieri le fece fare un percorso bislacco. Fino a farla riflettere. Di colpo l’ombra cessò. Ed arrivò inaspettata la luce abbagliante di un dubbio.
Rallentò il passo. “E se davvero non fosse così come la vedo io?”

Il dubbio, quel dubbio, fu protagonista per un intero secondo. Il tempo che le servì per rimettersi in cammino.

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22 comments

  1. il costo di una vita con la propria verità mi sa che è la solitudine e per molti è il prezzo giusto da pagare per sentirsi invulnerabili. l’altro turba, disturba, sempre. eppure vedi, non sanno cosa si perdono. non lo sanno proprio. o forse non ce la fanno, chi lo sa.

  2. Leggendolo mi è venuta in mente una persona… chissà se quel piccolo dubbio sulla verità dubbia scaverà la roccia della sua realtà…. la speranza è l’ultima a morire

      1. Purtroppo conosco una persona che viveva la sua realtà un po’ come discritto da te… ci siamo persi di vista tanti anni fa e la speranza che, rincontrandolo chissà in futuro, possa essere tornato alla “realtà”

  3. E’ un post claustrofobico. Per me. Mette ansia e inquieta senza un motivo preciso come certi malanni che si annidano piano, piano senza far troppo rumore ma togliendo energia. Come certe belle case ordinate e perfette ma che fanno venir voglia di scappar fuori a respirare aria fresca. A volte, chi protegge non si rende conto di creare un muro. Spero solo che la crepa finale possa fare entrare nuovamente la luce. Posso dire che ti preferisco quando ci sei dentro un post (anche inventando) e non quando racconti?

  4. Un bellissimo racconto, Simone.
    Il dubbio per me è proprio quello che tu hai descritto, la sensazione di doversi fermare per poi rimettersi in cammino…è bello leggerti, sempre.

  5. Conosco da vicino almeno un paio di persone che incarnano in modo persino più drammatico questo stato di dissociazione, quest’incapacità spesso colpevole e talvolta patologica di leggere la realtà fino a creare delle verità alternative che auto giustificano ad oltranza ogni comportamento. Di solito sono persone che si ritengono “buone”, mal comprese e che in realtà danneggiano pesantemente chi ha a che fare con loro. Non ho più pietà per chi non vuole guardarsi allo specchio con sincerità… Scusa, forse sono andata troppo sul personale e potevo limitarmi a dirti che hai scritto, come sempre, un bel post, ma ho fatto esperienza del male che si annida in questo tipo di mistificazione ed ora accolgo nel mio spazio solo chi ha le idee più chiare e non tenta di manipolare la realtà. Buona serata :)

  6. Scrive sempre benissimo ed è sempre un piacere leggerti… io ho rischiato di finire così. Per fortuna mia madre al momento giusto è intervenuta… ed ora vivo la mia realtà fatta di un sacco di sogni e di cose da realizzare.

  7. Non sarà il racconto di una persona vera, ma è verosimile. Conosco persone che vivono anche peggio di così, caricandosi di wertheriani sensi di colpa che occultano del tutto, invece, il senso di responsabilità autentico. Sono persone sofferenti che portano dolore a loro stesse e, tanto, alle altre che incrociano le loro esistenze.

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