Quello che fa l’esperto di insetti

libellula bluNon sono un esperto di insetti. Sono uno di quelli che, prima di farsi venire in mente la parola entomologo ci mettono anche un po’.
Perché viene erpetologo, ma quella parola non c’entra. “Quella” sono i serpenti! O erano tutti i rettili? Boh,  comunque non c’entra. E quando poi viene in mente “entomologo!” allora è tardi, perché la frase è già uscita dalla bocca. Con la locuzione imprecisa “esperto di insetti”. Senza contare che poi, nel mio caso è anche una espressione sbagliata. Perché uno che si interessa, non è mica detto che poi sia un esperto o che lo debba diventare.
Ma a volte basterebbe scrivere, invece di parlare. Così si potrebbe tornare su di qualche riga. Per iniziare con la frase giusta.

“Non sono un erpetolo…” No, aspetta, mi sbaglio sempre!
“Non sono un entomologo.” Sono solo un adulto che da bambino era molto curioso e aveva un fratello quasi coetaneo. E la sfida era sempre imparare cose nuove.

Nelle estati lunghissime passate in campagna, lungo il Grande Fiume, ci riscoprivamo contadini, pescatori, ciclisti. Ma anche naturalisti.
E c’erano insetti che conoscevamo bene, come le formiche, le coccinelle, le vespe, i lombrichi e le dorifore delle patate. Ah, sì: anche le lucciole.
(D’accordo, il lombrico non è un insetto, ma questo allora non lo sapevamo).

Ma poi c’erano, tutti i santi giorni, insetti nuovi. Quelli che con un po’ di fortuna avevi visto in qualche documentario. E quelli che con molta fortuna riconoscevi e di cui ricordavi persino il nome. Facendo la figura di chi (sicuramente!) doveva conoscere tutto di quell’esserino.

Dopo aver trovato lo sfortunato esemplare a sei zampe, all’inizio era tutto un esercizio di studio reciproco. Un legnetto o un filo d’erba, per cercare di girarlo e rigirarlo per studiarlo meglio. Chinati. Mentre lui, il coso, si contorceva per tornare dritto. Cercava di arrampicarsi su steli che nella sua testa dovevano essere una sicura via di fuga.

E la nostra bravura era nello scoprire nuove caratteristiche. Cose interessanti. Cercando di evitare che si buttasse prudentemente giù, nel folto del prato, verso la sua salvezza e la nostra disperazione. “L’hai fatto scappare, cretino!”

“Faccia da stupido, è colpa tua” e giù botte. E penso che anche i David Attemborough e i Konrad Lorenz, se gli facevi scappare un insetto finiva che non ci mettevano tanto a darti della faccia da stupido.

Ma quando trovavi una cetonia dai riflessi verdi blu metallici era davvero la felicità.

Come anche quando riuscivi a inseguire il percorso intermittente di una lucciola e catturarla, per metterla nel bordo rigirato all’insù della maglietta bianca di cotone. Per poi scoprire che sono sì coleotteri,  ma fragili. E si finiva per ucciderli e spegnerli. E addio all’idea di riempire un vasetto di lucciole per tenerle in camera la notte.

Oppure la nostra quotidiana guerra con le vespe. La vespa cartonaia. Imenottero perfetto e affascinante. Lucido, pulito, preciso. Che però non gradiva la nostra vicinanza al suo nido di carta grigiognola. E quando osava pungerci, scatenava rappresaglie serali fatte di pali e stracci e petrolio e grondaie affumicate.

O il grillotalpa. Insetto così grosso, forte e corazzato che sembrava uno di quei mostri giapponesi ripresi con uno stop motion dozzinale. Ed era inconcepibile che vivessero sottoterra. Ma dovevano essere davvero temibili, se persino la nonna, quando ne incontrava uno, lo tagliava a metà con la vanga. Perché se era solo un insetto mica serviva tutto questo accanimento.

O i magici barzabò. Che da grandi scoprimmo essere bruchi di bombice dell’ailanto. Grossissimi, carnosi, di un turchese irreale. Anche se io mi ricordo anche una versione verde chiaro brillantissimo. E c’era persino chi, tra i vecchi, li metteva a macerare nell’olio per farne un unguento (naturalmente miracoloso) da usare sulle scottature. Che però quando mi sono rovesciato una moka di caffé sul braccio e mi ricordo ancora la puzza di pollo bruciato, poi mi hanno messo il foille. Mica il barzabò.

Quando domenica ho visto Luca che prendeva per le ali una libellula mezza morta (solo mezza, l’altra metà era ancora viva) sono stato molto fiero di lui. Ma forse ero solo molto fiero di me, non so. Mi sono avvicinato insegnandogli a non avere paura. Di quelle ali che cercano di portarla via, ma che ormai sono svuotate di energia. Di quelle zampe che le senti ruvide, perché sono perfette per tenere la libellula attaccata a un filo d’erba. Pochi centimetri sopra l’acqua puzzolente di un fosso.

Ma l’ho lasciato giocare e studiare. Consapevole del fatto che, stavolta, era una sua scoperta. E che se gliel’avessi fatta cadere, avrei rischiato di risentire quel “faccia da stupido!” che ormai sono anni che non sento.

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23 comments

  1. Io non amo molto gli insetti ma non deve essere stato sempre cosí perché il tuo post mi ha fatto ricordare che da piccola, in montagna, facevamo delle gare a chi prendeva più cavallette. Bastava solo immobilizzarle per qualche istante trattenendole per le dita con delicatezza poi le lasciavamo libere. Ed io ero bravissima a sorprenderle prima del salto… Chissà cosa sarà successo dopo.

  2. Ma nafta e petrolio sono sinonimi? No perchè si usava la nafta e non il petrolio per vendicarci, o previnire, punture delle vespe cartonaie.

    Quello che mi viene in mente spesso è che oggi molti ragazzi sono cresciuti senza la possibilità di studiare e “vivere” la natura e la sua scoperta… ma per fortuna che ci sono papà, mamme o nonni che fanno fare esperienza sul campo (sperando di non farsi beccare da qualche puntura)

      1. Ricordo con nostalgia i tempi in cui “trovavamo” e “riuscivamo a fregare” erano sinonimi. E’ uno dei modi per richiamare quel periodo più divertenti che abbia mai sentito.
        p.s.: ma come? Il lombrico non è un insetto???

  3. Che bello questo post! Vola leggero come sulle ali di un lepidottero dalla tua infanzia a quella di tuo figlio e cattura la mente, emoziona. E non per voler classificare tutto nella vita (ti saresti scelto anche la specie più numerosa) ma per il gusto della scoperta, la curiosità, il senso dell’avventura. La natura è una buona maestra, ne sono certa. Uno sguardo verso il piccolo che ci circonda, spesso ignorato o vissuto con disgusto ma per me esageratamenTe perfetto. Si sente che sei un buon padre, si sente.

  4. Di tutti questi insetti ne conosco solo alcuni. Quando ero piccola, mi piaceva giocare con quelli che si appallottolano quando li tocchi e scovavo i lombrichi per darli da mangiare ai pulcini che se li contendevano e poi le coccinelle mi riempivano di pipì (lo so, non è pipì, ma a me sembrava quello).
    Ps. entomologo è una di quelle parole che non viene mai in mente quando serve ;)

  5. Io sono schifiltosa e schizzinosa (saranno sinonimi?) al massimo grado. Eppure, nonostante gli mancasse il mio buon esempio – sarà una roba da maschi, questa -, il mio figlione (la figlia femmina invece è come me) ha amato alla follia gli insetti fin da quando era piccolissimo, facendo esattamente quello che descrivi con tanta poetica precisione tu nel post. E a settembre si iscriverà a biologia.

  6. Gli insetti mi fanno senso ancora adesso, come da piccola (e probabilmente io faccio senso a loro)… Comunque, quello che volevo scrivere era che descritti da te sono quasi romantici.

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