Una grande occasione per te

conferenza e-business“E tu ti presenti qui, a parlare di e-business con dei lucidi?”

Due giorni prima il direttore mi aveva fatto chiamare da Patrizia, la segretaria miope, nel suo ufficio. Ha iniziato con la solita frase standard: “Ho una grande occasione per te…”. Poi, come preso da un improvviso senso di pudore, ha cambiato registro e ha specificato “Insomma: ti sto per tirare una fregatura”. Chiudendo la frase con un inaspettato sorriso di chi non si è pentito ma cerca la clemenza della corte. Senza lasciare spazio per miei commenti o per mostrare imbarazzo, è seguita la sua pragmatica spiegazione del compito che mi sta assegnando. “Si tratta di andare a Torino, dovresti sostituirmi in una presentazione sull’e-business. L’ultima volta che ci sono andato c’erano sette persone in una stanza, di cui tre erano colleghi. Non voglio perdere un’altra giornata. Per questo mando te. Visto che sei nuovo, per te potrebbe anche essere l’occasione di fare un’esperienza nuova. Non preoccuparti su quello che dovrai dire: ho già detto a Patrizia di preparare cinque lucidi. Poi gli argomenti tu li conosci: racconta qualcosa. Sii credibile”.
Non è seguito una richiesta di approvazione o di adesione. Il capo era lui. e non era neanche il mio capo diretto: tra di noi c’erano uno o due strati di managerialità intermedi.

Mi faccio dare i lucidi e due giorni dopo sono in macchina. Cerco la strada facendomi dare l’indirizzo esatto (Lingotto? L’ho già sentito… Non era un quartiere dove c’era la FIAT?). Prendo la macchina e vado. Non c’erano ancora navigatori o diavolerie simili. Mi ero fatto spiegare la strada da qualcuno che sembrava lo facesse per la prima volta. Ma alla fine arrivo. In orario.

Entro tranquillo e qualcosa nell’atrio non mi torna. Mi aspettavo un ambiente più piccolo, meno pomposo. Mi ero messo in testa di cercare qualcuno a cui chiedere l’indicazione per una ipotetica sala riunioni. Mi trovo in un atrio ampio. Molto ampio. Pericolosamente ampio.
Non faccio in tempo a dire “Devo parlare alla presentazione sull’e-business” che vengo aggredito da tre persone.
Il primo mi salta addosso mettendomi un radiomicrofono con relativo trasmettitore agganciato alla cintura. Controlla batterie e mi indica come accenderlo e spegnerlo.
Il secondo mi chiede senza guardarmi in faccia il mio nome e lo cerca istericamente sulla scaletta. Mi dice “Saresti fra 70 minuti ma hanno chiesto una sostituzione. Se ti va bene fra 25 minuti tocca a te”. Ma capisco che non c’è una opzione “se non ti va”.
Il terzo (il migliore) mi si avvicina con la divisa tipica del Marketing & Communication. Dolcevita nero-morte che sarebbe poco aziendale in qualsiasi altra divisione.  “Dov’è la presentazione?”. Gli porgo la cartelletta salmone che contiene i lucidi colorati, ognuno col suo bel foglio bianco diligentemente attaccato dietro (sì, perché nelle sale riunioni si usavano delle lavagne luminose e le immagini venivano proiettate su muri sempre sconnessi e giallini). La mia ansia non fa in tempo a crescere in proporzione a quanto mi stava capitando che si aprono le due porte dell’auditorium dove (“fra 24 minuti esatti!”) avrei dovuto intrattenere, illuminare, entusiasmare la platea assonnata. Non è una sala riunioni. Un auditorium di qualche centinaio di posti. Quasi pieno.
Il signor dolcevita sintetizza il mio senso di inadeguatezza apostrofandomi imbestialito  “E tu ti presenti qui, a parlare di e-business con dei lucidi?”

Ecco. Questo è stato il momento. L’attimo in cui sono cambiato. Ho come avuto un’illuminazione. Sì, il posto era strapieno. Ma ho avuto come l’intuizione  che ognuno di loro in fondo fosse una persona come me, con altre preoccupazioni, altri problemi, altri sogni. E il fatto che poi stessi per fare bella o brutta figura per loro era del tutto indifferente. Forse questo ragionamento è stata solo uan difesa che la mia mente ha trovato lì per lì. Una negazione della realtà. Ma questo pensiero mi ha messo in faccia un grande sorriso e una insperata serenità. Non era una risata isterica. Era consapevolezza. Incauta padronanza.
Ho usato i 23 minuti residui per recuperare sul PC una presentazione. Ho sfrondato, limato, eliminato ogni scritta che potesse lasciare capire che era stata preparata per altri scopi. Ho messo un titolo che si abbinasse a quello del programma e subito toccava a me.
Sono salito sul palco e ho parlato. Sciolto, rilassato, divertito. Sì divertito! Così divertito da quella scena surreale, da risultare davvero convincente ed entusiasta.
Tanto che alla fine del mio intervento, sono stato avvicinato da alcune persone. Chi si complimentava per la mia esposizione (ancora mi domando il perché), chi mi lasciava un biglietto da visita (chissà perché), chi mi sottoponeva delle domande “che non sembrava opportuno fare davanti a tutti”.
Il giorno dopo mi convoca il direttore, al piano sopra. Mi riferisce giudizi lusinghieri. (Ecco, non avevo considerato che qualcuno avrebbe potuto raccontargli poi della mia performance). Gli ho raccontato il mio punto di vista selezionando bene i particolari rilevanti. E come mi ero trovato in quello che poteva diventare un’occasione di panico. E di come ne ero uscito con una autoironia tutta nuova. Mi piaceva davvero sentirmi una specie di Woody Allen aziendale, con le dovute proporzioni.

Pensandoci adesso, da quell’incidente sono cambiato. Non ho più nessuna paura (e purtroppo nessun pudore) quando devo parlare in pubblico. E non so se è proprio sempre un bene.

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26 comments

  1. Non potevi azzeccare (mio) momento migliore per scrivere un post così.
    Ovviamente io non potevo azzeccare momento migliore per leggerti.
    Bravissimo, as usual.

  2. come mi risuonano le tue parole. a tutti noi che facciamo formazione del resto, prima o poi capitano cose come queste, evviva. pensa te che io, le slide ppt le chiamo ancora lucidi (mi piace pensare che sia un tocco un po’ vintage)….

  3. Oddio che incubo che hai raccontato. Spesso mi capita di dover affrontare chiacchierate pubbliche in sequenza di 2-3 giorni (lezione). Il primo giorno è come se non lo avessi mai fatto. Il secondo vado una meraviglia, sono sicuro di me, sereno. Il terzo mi annoio, sbadiglio, sono un professore del liceo. Però che rabbia, tutte le volte ricominciare da capo, l’emozione, le mani tremanti. Mi serve di prendere confidenza con l’aula, mi devo sentire a mio agio. Oddio che incubo che hai raccontato.

  4. Quando mi capita di dover parlare in pubblico immagino che seduta tra gli altri ci sia la mia nonnina ultra-novantenne-nonmadrelinguaitaliana: sono ‘costretta’ a essere chiara, la tensione si smorza e la parlantina si moltiplica. Se non uso quel trucco, neppure io capisco quel che dico.

  5. Quando uno parla ed è competente in materia alla fine fa un monologo. La bravura sta nell’essere emotivamente coinvolgente, credibile, oserei dire passionale perché le persone lo sentono se ci sei oppure c’è un disco. Il problema maggiore sorge quando ti fanno le domande. perché le domande spesso sono uggiose, curiose, destabilizzanti e possono metterti in crisi. Quando si hanno (o si cercano, che è ancora meglio) le risposte perché aver paura delle domande? Ma non mi sembra certo il tuo caso…Ed è sempre un bel leggere qui.

  6. Beh servirebbe anche a me un esperienza del genere. La mia ansia da “palcoscenico” è paragonabile alla paura che ha il sale nel momento in cui viene accidentalmente versato nel caffè!

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