Ma sì, dai!

ruote carrozzina, pram, wheels, children car, macchina bambiniAvevamo trovato uno scheletro di una carrozzina, in un posto dove buttano i rottami. Ci piaceva giocare là anche perché ogni tanto camminando su quelle scomode montagnette di calcinacci, trovavamo qualche sorpresa.
Ma la carrozzina è una cosa da femmine e non ce ne possiamo fare niente. Niente di onorevole. Ma poi, guardando meglio, quelle quattro ruote bianche, di gomma piena…
Prendendo clandestinamente in prestito qualche pinza dal tavolo di lavoro del padre di Giuseppe, abbiamo tolto tutto quello che non ci serviva ed è restata una bellissima base con le quattro ruote. Certo: qualche tubo di ferro cromato, rivolto verso l’alto, non la rendeva un’opera perfetta. Ma a noi bastava.
Una specie di lastra di plastica, che faticavamo a capire cosa fosse stata nella sua esistenza prima della discarica, si era incastrata quasi perfettamente. Filo di ferro e nastro isolante avevano cercato di dare una stabilità a quell’assemblato.
Avevamo discusso non poco dei freni. Una carrozzina, di suo, non li ha. Uno dopo l’altro i progetti ingegneristici per un sistema di arresto, venivano bollati come irrealizzabili e scartati. Io resto convinto che due bastoni laterali come quelli dei bob, tutto sommato, potevano anche fare al caso nostro. Ma un sistema di veti tecnologici incrociati aveva cancellato anche questa idea. Alla fine i piedi, messi sulla strada, sono stati scelti come sistema di frenata ufficiale.
Piccoli test in cui quasi ci picchiavamo per fare il pilota collaudatore. E subito la grande sfida.
Il cavalcavia sulla ferrovia lo stavano ancora costruendo. Per colpa di non so quale ritardo il lavoro era stato sospeso da un paio di anni e l’erba cominciava a spuntare tra asfalto e cemento di quel moncone. La discesa era lunga e la curva (quando la facevamo in bici) ci sembrava dolcissima. Certo: giù si andava sulla Provinciale, sbucando in una specie di incrocio. Ma la visibilità era buona e potevamo scegliere il momento giusto. Quando non ci fosse stato quasi nessuno in giro. Era del tutto sicuro. Certo.
Scegliamo il pilota con un’estrazione a sorte. E qui non si litiga più con la stessa forza di prima. Perché un po’ di paura si comincia a sentire. Vinco io, ma forse questa volta avrei preferito che il “fuori sotto” della conta avesse toccato Giuseppe o Massimo.
I dubbi ci raggiungono. “Ma se arriva qualcuno?” “Ma se ci vedono?” “Ma se non riusciamo a girare e voliamo giù sotto il guard-rail?” “Ma se il nostro razzo è troppo basso e non ci vedono e ci investono?”

Arriva uno spavaldo “Se hai fifa ci vado io”. E questa frase risolutiva, spazza via ogni residuo di prudenza.
Salgo. Faccio finta di controllare tecnicamente il mezzo, ma sto solo prendendo tempo.
Mi dico “Quasi quasi ci mando davvero lui”. Poi visualizzo il trionfo, la gloria dei pionieri.

E subito prima di spostare il peso in avanti alzando i piedi, mi dico “Ma sì, dai”

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13 comments

  1. rimane in sospeso se c’è stato “il trionfo”… il riuscire a curvare, arrivare alla fine della discese e frenare con i piedi prima di andare in “mezzo all’incrocio” … ma credo che come ogni racconto che voglia parlare del “coraggio” il risultato non finale non sia così importante!!!

  2. Era una carrozzina datata, perché quelle di adesso c’hanno i freni e pure il cambio automatico. “Ma sì, dai” bisognerebbe dirlo più spesso, anzi, correggo, bisognerebbe dirlo sempre.

  3. Sorrido leggendo questo bel post, che trasmette un pizzico di follia, coraggio, paura e fiducia ben calibrati. Mi hai fatto ricordare quando da bambina con la mia amica del cuore ci siamo spogliate per fare il bagno dentro un grande pozzo lavatoio perché volevamo imparare a nuotare…Ricordo ancora il suo sguardo che naturalmente faceva da specchio al mio, gli occhi lucidi, vivi, il sorriso di chi sa che sta pigiando un po’ l’acceleratore, ma ha un buon copilota accanto.
    “Più spesso” mi sembra la tempistica giusta affinché il nostro bambino interiore non muoia di solitudine. Sei Bravo Simone. Convinciti di questo :)

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