Prodigi e meccanici

Cercando le chiavi della cantina, gli tornò in mano quella bottiglia.
Era una bottiglia trasparente di plastica, da un litro. L’etichetta era stampata in casa e riportava una scritta con troppe abbreviazioni e iniziali maiuscole. Santuario del Sasso – B. V. Maria – Acqua Santa Benedetta.
La tenne un attimo in mano dimenticando cosa stesse cercando. Invece di rimetterla a posto, la appoggiò sul ripiano dove di solito svuotava le tasche rientrando a casa. Così, come per lasciarla in sospeso. Come per pensarci dopo. Trovate le chiavi, riprese il binario dei suoi pensieri abituali.

Il giorno dopo quando si mise nel traffico di routine, la caricò in macchina. Voleva riportarla a sua suocera. Ma prima doveva trovare le parole giuste.
Con sua suocera, per dirla tutta, aveva un rapporto molto migliore di quanto si potesse intuire dalle battute in ufficio. Era solo un personaggio, quella usata coi colleghi. Una specie di maschera.
Ma quella bottiglia da un litro, davvero, non si poteva vedere. Cercando le parole, sondò un’analogia forse blasfema, coi cornetti napoletani. Quelli che scacciano il malocchio senza ombra di dubbio. Ecco, tutta la religiosità sembrava degradata a un amuleto.
E poi quell’etichetta! Le righe orizzontali della sagoma della bottiglia davano un aspetto ancora meno autorevole al tutto. Il tappo di plastica, fissato come l’etichetta con nastro adesivo di carta… Doveva essere un imbianchino, il sacro imbottigliatore. O almeno un bricoleur. O probabilmente lo stesso che vendeva i cornetti. Alternando giorni e ricorrenze.
Ma ormai aveva deciso. L’avrebbe riportata alla speranzosa donatrice. Ma prima le parole. Le parole giuste. Quelle le avrebbe dovute calibrare bene. Per non offenderla.

Giacomo non era un maniaco di automobili. E la bottiglia si adagiò indisturbata nel sacchetto polveroso in cui il conducente si illudeva di tenere in ordine (nell’ordine): guide del touring, corde elastiche, lampadine di riserva, tuttocittà con quasi tutte le pagine e altre diavolerie che sfuggono ad ogni elenco e ad ogni logica.

Dopo qualche mese la spia rossa con un simbolo misterioso si mise a fissarlo dal cruscotto. A lui sembrava un ghiacciolo. Ma senza dubbio doveva simboleggiare qualcosa di ben meno rassicurante. Accostò e si fermò alla prima piazzola SOS dell’autostrada. Trovò sotto il sedile del passeggero il libricino Uso e manutenzione e scorse le pagine delle spie luminose, come fosse il libro degli identikit della polizia.
Eccolo, finalmente. “Surriscaldamento del liquido di raffreddamento”. Cosa fare? Ecco: Silvano poteva saperlo. Giacomo, senza dirlo, lo considerava affidabile su questioni di auto e di case. E poi avevano un modo simile di ragionare sulle questioni di buon senso. Lo chiamò sul cellualare.
“Ah, mi è capitato tanti anni fa. Aggiungi acqua, vai piano e fermati assolutamente al primo distributore. Attento a quando apri il radiatore che se bolle ti salta il vapore in faccia. Usa uno straccio. Versala piano che crepi tutto. “ Seguirono altri dettagli credibili, frasi brevi, perentorie, gentili.

Giacomo trovò straccio e tappo del radiatore. E in fondo al baule trovò solo una vecchia bottiglia di Acqua Santa Benedetta. La riconobbe. Ebbe una esitazione. Ma poi pensò che non stava facendo niente di male e la fece colare con lentezza nel radiatore. Guardando il filo di acqua che scendeva e diventava irregolare, qualche remora l’aveva. Ma se ne fece una ragione.

Al primo distributore si fermò. Contento di trovare una poco credibile scritta “Autofficina”. Ma uscì un uomo con la tuta blu ed arancione che si puliva le mani con uno straccio unto. E questo lo tranquillizzò più della insegna. Aprirono il cofano e il meccanico lo fissò alto quasi senza guardare.

Passando ripetutamente dal tu al lei il meccanico emise la sua sentenza.
“Guardi che qui stava per bruciare tutto: non lo so neanche come hai fatto, è un miracolo che c’avevi l’acqua che da metterci. Che se aspettavamo un minuto di più la buttava, la testata. E eran milioni”. Evidentemente i meccanici di quella tratta le esclamazioni non le hanno ancora convertite in euro.
Giacomo non aveva un’idea chiarissima di cosa fosse una testata. Ma quella frase gli si era stampata in testa in testa.
Ringraziò il meccanico, che tra l’altro non volle niente per il consulto.
Riprese il viaggio, portando impressa quella frase.
“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”

“…è un miracolo che c’avevi l’acqua”
No, è un caso.
Ma accelerando non riusciva a seminare il suono di quelle parole.

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8 comments

  1. Casi e miracoli a volte si intersecano così tanto da non saperli distinguere.
    Gran bel post, as usual.. :)

    PS: lo sai che leggerti di mattina mi fa bene

  2. Bel post, mi è piaciuto proprio tanto!
    E, nel caso Giacomo stia leggendo: “Credi ai miracoli! Se poi fosse soltanto caso, pace: avrai creduto in una dolce illusione.”

    ps. per Simone che scrive su Purtroppo: nel caso interessi, segnalo che ho cambiato residenza. Adesso sono su http://maimaturo.altervista.org/
    Ciao

  3. Gran bel post e la chiosa è bellissima… anche se avessimo un missile molte volte, anzi praticamente sempre, non riusciremmo a “distanziare” certi pensieri

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