Telefona quando arrivi

Oggi ho accompagnato mia mamma alla stazione. Dopo due settimane passate da noi, tornava a casa. L’ho salutata, l’ho ringraziata, le ho detto di stare attenta in stazione. E “Telefona quando arrivi”.

Poi la mente ha fatto un bel salto. E ho pensato al funerale a cui ho partecipato qualche giorno fa. Era quello della mamma di un collega. Lui ha circa la mia età e (pur non essendo amici intimi) ci capita spesso di pranzare assieme.
Ai funerali io non ci vado volentieri. Un po’ perché ho la fortuna di non avere avuto tante occasioni. Un po’ perché la mia sensibilità e la mia inettitudine mi fanno sentire fuori posto. E per insofferenza, credo. Ai funerali si dicono tante cose dovute, si interpretano ruoli, si recita seguendo copioni. “Condoglianze”. Che poi vorrebbe dire “soffro con te, soffro come te”, ma cosa diavolo posso capire di come soffre uno che perde una madre, un padre o un figlio? Sono parole vuote, solo forma.
Consigliato perentoriamente da mia moglie (“Nel dubbio vacci: ai cari fa piacere!”) alla fine ho partecipato.
Uno splendido pomeriggio di novembre. Il litorale romano. Gente normale, composta, silenziosa, non tirata.

Fila tutto secondo le liturgie fino alla fine. Poi d’improvviso, il parroco passa il microfono “alla famiglia, che vuole leggere un saluto”. Mi sembra strano, apro gli occhi e le orecchie. La ragazza del mio collega parte con la voce tremante, ma senza fermarsi mai. La lettera l’ha scritta lui e parla di cose che toccano. Dice che gli spiace di non aver fatto in tempo a darle dei nipoti. Dice di averla amata in modo assoluto. Dice che avrebbe voluto regalarle qualche anno dei suoi.
Senza mediazioni. Senza pudori. Senza vergogna. Intanto che ascolto la lettera, mi fermo a pensare al coraggio di quei due ragazzi. Lui che ha scritto quella lettera assoluta. Lei che con la voce commossa, ma senza esitazioni, la sta leggendo.

Ecco: lasciando mia mamma alla stazione, ripenso a quel pomeriggio al funerale. Alla mamma di un altro, che poteva essere la mia. Alla lettera di un altro, che non avrebbe potuto essere la mia. Perché io non so essere immediato nel voler bene ai miei cari. Non so essere spudorato nei “ti amo”. Non so essere senza vergogna nel manifestare amore a chi me ne ha dato montagne.

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12 comments

  1. Ti ringrazio per avermi dato voce, che io ai funerali dei miei parenti non ci sono mai andato, eppure gli volevo bene. Un bene che non ho trovato il coraggio di mostrare nemmeno in quella paradossale forma in cui mi sarei potuto pur sempre rifiugiare.

  2. Allora ci devi provare… Tentar non nuoce, e magari, una volta fatto il primo passo, ci prendi anche gusto… :)
    Non sprechiamo la vita nei “se” e nei “ma”. Osiamo…

    Un bacio,
    Paola

  3. Anche a me i funerali non piacciono. Sono peggio di una bimba piccola perché non riesco nemmeno a concepire che i miei possano esserne, spero in un futuro lontanissimo, i protagonisti.
    Brrrrr… non ci voglio pensare!

  4. Sai che anch’io faccio molta difficoltà ad esprimere i miei sentimenti ai miei cari? Forse anche perché spesso non sono sentimenti positivi (-.-), ma per cari intendo genitori e parenti vari, mentre con i cari amici e i cari amori mi prodigo in millemila manifestazioni e i ti amo e i tivogliobbene, e i baci e gli abbracci si sprecano. Che poi è un modo di dire, perché il bene non si spreca mai.

  5. Penso di capirti: sono così anch’io.
    Anch’io vengo spinto dalla moglie; faccio una gran fatica e mi commuovo, probabilmente solo per egoismo, perchè mi immedesimo nei parenti travolti dal dolore.
    MI è capitato di partecipare, recentemente, a un funerale di un mio amico. Il figlio, sedicenne, ha suonato l’organo e ha letto una lettera toccante.
    Mi sono sentito piccolissimo: io non sarei all’altezza.
    Scusa lo sfogo.

  6. Complimenti per le parole molto profonde e soprattutto condivisibili da tutti…non è facile per nessuno ammettere i propri sentimenti…spesso ci sembrano scontati invece andrebbero ribaditi sempre per rendere felici le persone che ci stanno intorno e specialmente la nostra famiglia!

  7. Abbiamo condiviso le “emozioni” forti di quel pomeriggio e “invidiato” il coraggio e la capacità di trasmettere in modo diretto il sentimento più importante che esiste, l’amore.
    La nostra timidezza di fondo però deve essere superata, dobbiamo sforzarci di manifestare l’amore e di ammettere di aver bisogno degli “altri”….

  8. Ultimamente si sta facendo avanti la tendenza alle letture da parte di familiari stretti nel corso dei funerali. A me sembra imbarazzante stare lì ad ascoltare uno scritto con cui una persona nel dolore esprime con una specie di eco mediato il proprio strazio interiore. Spesso sono parole di speranza, con cui infondono coraggio nei partecipanti che sembrano più turbati di loro. Non so, sono situazioni che mi fanno pensare. In estate mi sono sentita in dovere di ringraziare la persona che aveva letto durante il funerale del padre; un brano toccante con cui si percepiva l’equilibrismo di volersi sistemare la perdita in qualche modo (il ritorno nel ciclo, la rinascita…). Faticosissimo perfino ascoltare, figuriamo scrivere e leggere, tirando fuori a parole un dolore che parole adeguate non può trovare.
    Preferisco in assoluto il silenzio. Capisco in pieno la tua verecondia, la conosco.
    Solo una cosa, che dico anche a me stessa. Impariamo a esprimere i sentimenti a chi è
    vivo.
    Ciao!

      1. Però, non è altrettanto facile parlare solo quando il dolore si è consumato?
        Non ci trinceriamo forse dietro al silenzio prima, prima che tutto accada, prima che sia necessario ricordare?

  9. avevo 16 anni quando ho partecipato al mio primo funerale….quello di mia madre….in quei momenti hai dentro quel buco nero, il dolore lentamente si mitiga col tempo, ma rimane viva e impressionante la conoscenza e il senso di quel nero assoluto. é tutto così assordante in quei giorni di immediato e vivo dolore che si apre poi alla malinconia della mancanza. So come ci si sente inadatti ad un funerale, so che non esistono le parole giuste, ma quei piccoli gesti…un abbraccio, una stretta di mano, un imbarazzo….credimi col passare del tempo scaldano….e continuo con un’enorme sforzo interiore, non riuscendo mai a trattanere quella lacrima che furtiva ed indisciplinata sgorga, a stringere la mano, per un solo piccolissimo istante, di chi ha perso qualcuno di immensamente caro

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