L’illusione del tip-tap

Quella di Alberto Fedini Vael era stata una giornata intensa, in banca. Come tutte le giornate, da quando la nomina ad Amministratore Delegato aveva chiarito a tutti i suoi colleghi chi dovesse dettare ritmi, tempi, linee e strategie. E non ci aveva messo molto ad aderire perfettamente e completamente al nuovo ruolo. Al punto da non dover sopire neppure il più piccolo pensiero improduttivo. Nella sua mente era tutto un pianificare, prevedere, perseguire, gestire. Con tempismo, precisione e diligenza. Non si poteva dire che fosse felice. E neanche che non fosse felice. Erano semplicemente misuratori che non comparivano sul suo cruscotto.

Quel giorno Fedini Vael, aveva deciso di andarci in treno, a Venezia. Per partecipare a una di quelle cene dove i dipinti del Barocco alle pareti, stanno muti a guardare i potenti dell’economia che si stringono le mani.  E decidono con discrezione quale rotta seguirà il Paese nei prossimi trimestri.

Il taxi lo aveva lasciato davanti all’atrio altissimo della Stazione Centrale di Milano. In quel momento stava controllando il numero del posto, sulla prenotazione che Ines gli aveva messo in mano, con rassicurante tempismo, nell’istante in cui usciva dall’ufficio.

Ma entrando nella stazione, sulla traiettoria tra taxi e binario, si trovò una bambina che piangeva. Piangeva in modo così disperato e definitivo che neanche l’accompagnatrice (che a giudicare dalla postura e dalle poche rughe doveva essere la nonna) riusciva a placare. Non aveva l’aria di un capriccio. Ma nella sua lucidità di analisi, Fedini Vael, sapeva di non conoscere i confini dell’angoscia in una (forse) quattrenne in viaggio senza mamma.

Guardò la scena per qualche secondo.
Uno… due… tre secondi.
Consapevole del suo enorme talento di gestire ogni crisi, ogni problema, ogni imprevisto.
Quattro… cinque… sei secondi.
Non poteva ammettere di essere impotente di fronte a quella storia piccola, che scorreva davanti ai suoi occhi. Non poteva ammetterlo.
Sette… otto… nove… dieci… undici…
Poggiò la borsa di pelle nera per terra, spostò il suo peso in avanti e cominciò:
Tic ti tic. Tic ti tic. Tic ti tiiiic ti.
Si era messo a ballare il tip-tap, nell’atrio della Stazione Centrale di Milano.
Tic ti tic. Tic ti tic.Tic ti tic. Tic ti tiiiic ti.
Come in un vecchio film di Fred Astaire: Tic ti tic. Tic ti-ti tic. Tic ti-ti-ti ti-ti-ti tic.
Non era bravo, né agile. Proprio per niente. Tic ti tic.Tic ti tic. Tic ti tiiiic ti.
Ma dopo qualche secondo il pianto della bimba si era fermato. Placato. Sospeso. Per guardare quel goffo spettacolo: un adulto che balla, che gioca per lei! La nonna spaventata nel suo ruolo di supplente custode, l’aveva condotta via in fretta. “Perché se ne sentono sempre tante”. Lui aveva continuato a ballare, mentre la bimba voltava la testa per guardarlo, trainata al sicuro dalla nonna.
Tic ti tic.Tic ti tic. Tic ti tiiiic ti.

Si asciugò un inizio umido di fatica dalla fronte. Riprese la borsa. E, riletto il numero del vagone e del posto, salì sul treno.
Sentiva di aver fatto qualcosa di notevole.

La nonna, sentendosi esposta a possibili critiche, non raccontò nulla dell’episodio a nessuno.

La bimba, che di pupazzi irrazionali aveva pieni i palinsesti, non restò impressionata dalla scena. Non più di qualche minuto.

La guardia giurata che videosorvegliava l’atrio era abituata agli spiritosi in partenza. E visto che la nonna si allontanava,  tornò a posare gli occhi sulla cronaca rosa.

Solo un dipendente della Banca, uno dell’ufficio fidi del terzo piano, restò turbato dalla scena. Pensò subito a chi avrebbe potuto raccontare di aver visto Fadini Vael ballare il tip tap . Per una bambina. Una bambina sconosciuta che piangeva. Si immaginava le reazioni incredule dei colleghi. Così incredule che finì per convincersi che forse doveva essere solo un sosia. O comunque un qualcuno che gli doveva somigliare molto. La certezza che fosse Fadini Vael si era incrinata così bruscamente che la cosa perse interesse. Si allentò la cravatta e salì sul suo treno di pendolare.

A guardarli ad uno ad uno, sembra che questo episodio non abbia lasciato nulla, ai personaggi che l’hanno animata. Niente. A nessuno di essi. Ma c’era da capirlo dall’inizio. Perché in fondo il tip-tap non è una danza. Non è una percussione. E’ solo l’illusione. E l’unico modo di non rendersi ridicoli, ballando il tip-tap, è essere lucidamente consapevoli che sia solo un’illusione. Solo un’illusione, niente di notevole. Per nessuno.

Comunque: tic ti tic. Tic ti tic.Tic ti tic. Tic ti tiiiic ti.

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