Chiusa parentesi

Mancavano tre mesi a maggio. E a maggio erano quindici anni giusti che il dottor Giordano Forti era pretore di Pidiana. Il paesino aveva ormai poco meno di 4000 anime, visto che Milano dista meno di duecento chilometri. E a Milano c’era lavoro meno sporco di quello dei campi e delle stalle.

Il pretore Forti viveva bene a Pidiana. Non si sapeva bene da dove fosse arrivato, perché non ne aveva mai fatto confidenza con alcuno. Né si sapeva bene la sua età. Si sapeva che aveva studiato Legge a Bologna e che era al suo secondo incarico in magistratura. Il primo nel sud Italia, presuminilmente per una decina di anni.

Tutta questa riservatezza all’inizio era sembrata strana. Eccessiva. Ma poi piano piano i suoi concittadini adottivi avevano capito che non era un burbero. Ma al suo lavoro e alla sua immagine di giudice integro e imparziale, teneva più che a ogni altra cosa. Gli sembrava inopportuno e sconveniente frequentare amici. Che magari un giorno sarebbero stati Attori o Convenuti in una piccola causa nella sua Procura. E la sola idea gli dava un fastidio quasi fisico.

Sapeva, il Pretore Forti, che non si sarebbe lasciato influenzare dalla frequentazione di alcuno. E che anzi, sarebbe stato addirittura più rigoroso con parenti e amici. Ma non avrebbe sopportato un’ombra sul suo operato. Nessuna ombra.

Forse era anche per questo che non si era sforzato più di tanto di cercare di farsi una famiglia. Sebbene la rispettabilità che gli dava la sua posizione fosse appetita da molte delle donne del circondario. O quantomeno dalle loro famiglie.

Persino quando passeggiava per strada, nel suo cappotto grigio scuro e cappello della tonalità leggermente sbagliata, evitava di salutare le persone che incontrava. Non rispondeva neanche con un cenno, ma solo chiudendo leggermente gli occhi. Come se avesse imparato a sublimare quel sottile movimento di risposta. Ma ormai non serviva più neanche questa cautela. Lui procedeva sempre più spedito e a testa sempre più curva. E i suoi concittadini avevano smesso di salutarlo, non avendo avuto la soddisfazione  di nessun percepibile segno di risposta.

Non aveva occupazioni che lo portassero a partecipare alla vita del paese. Solo la funzione della domenica e qualche sporadica apparizione in bicicletta, nei giorni di festa.

Fuori dalle mura di cinta della sua riservatezza, i suoi compaesani non sapevano che da qualche tempo aveva messo a frutto il suo intelletto, cimentandosi con la letteratura. Infatti erano ormai alcuni anni che aveva indirizzato la sua ferma ostinazione verso una sua crescente segreta passione; la poesia. Ma non solo la poesia: anche la scrittura di piccoli racconti. E sorprendentemente i risultati erano tutt’altro che banali.

Capitò così che si iscrisse al Concorso di Poesia di Venezia. Concorso che già in quelli anni, era divenuto un appuntamento di un certo interesse, nella cultura italiana.

Ma di questa passione nessuno sapeva nulla. Assolutamente nulla. Avrebbero potuto prenderla come una debolezza, come una distrazione immotivata dal suo ufficio. Non che a nessuno sarebbe importato. Non che qualcuno avrebbe potuto davvero trovarlo inadatto ad un Pretore. Ma era una realtà a cui tutti dovevano restare estranei.

Così, con il biglietto fatto il pomeriggio prima, stava salendo sul treno. L’ora mattutina e la nebbia gli davano una rassicurante sensazione, sotto la pensilina della stazione quasi deserta. Arrivato nell’albergo che aveva prenotato in anticipo, mise pazientemente i suoi abiti nel ripiano. Vedendo le piccole saponette profumate, quelle di cui fanno incetta i commessi viaggiatori, ne prese una per metterla nella valigia, ancora incartata. Una sola: quella che secondo il suo sentire, era pagata con il prezzo della camera.

Quella sera stessa il programma prevedeva una breve relazione della giuria. Con “commenti critici” su quei “racconti di maggiore interesse” tra quelli che nei mesi precedenti erano stati inviati per posta alla giuria. E di cui, come al solito, non si prometteva la restituzione. Un breve racconto di 2 cartelle dattilsocritte. Massimo 4000 battute. Ricevette, in quella sera, un premio speciale della giuria. Che a dire il vero non lo sorprese più di tanto. Sebbene non si fosse mai confrontato con altri, sentiva di avere investito molto e giudicava di avere raggiunto risultati degni di nota. Il suo pezzo era preciso, lineare, perfetto. Solo due dei sette membri della giuria, avevano notato un infinitesimale errore formale. Una misera parentesi aperta e mai chiusa. Ma il racconto aveva ritmo. Aveva fascino. Continuava a sorprendere, spiazzare il lettore e tenerlo calamitato. Riga per riga.

Strinse la mano al membro della giuria che ne aveva pronunciato il nome e cognome (senza l’abituale “Pretore”), chiamandolo sul palco. Ma della vita da Pretore esibì la solita postura china, da uomo ormai schivo.

Il secondo giorno si premiò il concorso di poesia. Risultò addirittura primo classificato. Anche se non notò, nelle note lette al microfono gracchiante, grande differenza di enfasi dal secondo e dal terzo. Il segretario della giuria doveva avere troppa fretta o poco stile per badare a queste cose.

Il giorno dopo era già sul primo treno e passò il viaggio sbrigando le pratiche che si era diligentemente premurato di portar con sé.

Per un attimo pensò che sarebbe stato bello poterlo raccontare a qualcuno. Senza vanti. Senza cialtroneria. Subito schivò la nascente malinconia di quei pensieri. Niente distrazioni. Tornò alle sue carte. Dopo tre ore di viaggio, passato lavorando, arrivò a destinazione.

Nella sua serena lucidità sapeva di essere soddisfatto.  Non era questione di approvazione, ma di avere vissuto una esperienza completa. Era sereno. Calmo.

E nella sua ferma lucidità sapeva anche che non avrebbe più scritto una poesia, un racconto. Niente. Entrò in casa. Appoggiò la valigia per terra, appese il cappotto.

E, con un mezzo sorriso, chiuse quella parentesi.

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7 comments

  1. Un racconto che ha il profumo d’altri tempi. Di quando uomini di tal fatta erano stimati, rispettati, additati a modello, e non irrisi, o guardati con fastidio o compatimento.
    Bellissimo. Come dev’esser stato il racconto del pretore.

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