Scarpe

Quando ero piccolo avevo una fissazione per le scarpe. Non che ne volessi molte. O che le volessi belle. O costose. Solo che mi ero convinto che dalle scarpe si poteva capire molto della persona che le portava. Avevo elaborato la Teoria Generale delle Scarpe.

Chi portava scarpe brutte non aveva gusto. Ma spesso anche non dava importanza alle cose secondarie perché era sicuro di sé. Brutte secondo il mio gusto, ovviamente. Ma le Teorie Generali elaborate dai bambini di 8 anni qualche difettuccio rischiano di averlo.

Chi portava scarpe “troppo alla moda” erano da una parte coraggiosi. Ma dall’altra non avevano abbastanza senso del ridicolo e del pudore. Se da una parte mi affascinavano, mai avrei voluto assomigliare a loro. Almeno: non a costo di mettermi quelle scarpe!

Chi portava i sandali lo vedevo come una specie di Asceta. Uno che non ha bisogno di approvazione. Uno stabile, insomma. E che sa quello che vuole. Che sta così bene con sé stesso che non ha paura di mostrare i piedi.

Uno che mette scarpe costose (non le mie Canguro o TepaSport di allora) vuol dire che è uno che ha i soldi. E chi ha i soldi magari è più felice. Ma magari sa meno guadagnarsi le cose e se le gode meno. Un giorno avrei chiamato questo meccanismo razionalizzazione. Ma a otto anni no. Lo chiamavo scarpe dell’Adidas.

Gli uomini che mettono i mocassini erano grigi. Anche se i mocassini erano marron. Perché allora dicevo “marron” e non “marrone”. Vedevo i portatori di mocassini com uomini piegati tra il dovere quotidiano del lavoro in ufficio e la sacra esigenza di essere comodi. Quindi persone fin troppo inclini al compromesso. E se da un lato provavo un po’ di pena, dall’altro ne ammiravo la umiltà.

Quelli che mettevano gli stivali poi erano un altro pianeta. Non dico gli utilitaristici stivali di gomma nera. Dico proprio gli stivali stivali. Quelli di pelle. Che univano la scomodità evidente ad un costo sproporzionato ad una calzatura. Pur con ragioni opposte li vedevo ai margini della mia teoria. Come gli accaniti indossatori di zoccoli di legno.

Ma poi sono cresciuto e questo tic mi è passato. E adesso sì che sono felice, che posso comprarmi le scarpe che voglio!

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7 comments

  1. Sì, le scarpre raccontano molto. Il fatto che non esista ancora una codifica… mah, secondo me è solo questione di tempo. C’è chi, anche quando “la moda lo vuole”, non mette le scarpe a punta, o le scarpe col tacco o senza tacco. Questo vorrà dire qualcosa, solo che non è codificato. Ora, ad esempio, sono pochi a mettere in dubbio che la grafia sia in parte specchio di alcuni aspetti della personalità (anche se non in maniera eccessivamente deterministica). Eppure 100 anni fa anche solo pensarlo sarebbe stato pura follia (a parte che tutti dovevano usare la stessa).

    P.S. non è ancora uscito un trattato perchè so che lo scriverò io, un giorno, e il mondo lo sta aspettando :-D. Ma tieni presente che sono molto più che paranoico: ricordo ad esempio le scarpe che indossavi quando andammo a mangiare sul Ticino qualche anno fa (non avevi ancora figli, vedi un po’ te…).

  2. porto ancora i sandali
    è anche se la teoria era di un bambino di 8 anni
    l’ho trovata molto simpatica

    come un po’ da tutte le espressioni che provengono da quei piccoli mostriciattoli

    anto da bresso

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