E poi che parola assurda è “capocomico”. Soprattutto se penso alla nostra compagnia teatrale. Noi mettiamo in scena solo cose serie. Impegnate. Per noi la parola Teatro vuole la maiuscola e va a cadere in frasi in cui spesso convive con cultura e con sociale. Noi sappiamo fare le pause. Le sappiamo prendere le battute. E improvvisare, quando serve. Sappiamo essere profondi o lievi. Ma anche quando strappiamo una risata piena, la nostra è denuncia.
Venerdi sera abbiamo portato a Roma l’ultimo spettacolo. E ci siamo trovati un’ora prima, a limare a rifinire, a riassemblare le nostre battute. Come se fossimo ventenni al debutto. Ma Andrea, il capocomico, è un perfezionista.
Il pubblico ci segue, ma il tutto esaurito ci entusiasma ancora ancora. Soprattutto di questi tempi.
Ma venerdi c’era qualcosa di più, nello sguardo di Andrea. Gli applausi piovevano pieni, copiosi, convinti. Ma il suo sorriso era diverso. Come provasse una precoce nostalgia. Come fosse l’anticipazione di un addio. Come nell’ultima messa in scena, a fine stagione. Si riprenderà, forse, ma con una compagnia rimaneggiata. Nuovi equilibri. Qualche faccia nuova, per chi resta. Un mondo nuovo per chi entra o per chi esce.
Ma c’era qualcosa di più, che non è sfuggita a nessuno di noi.
Anche quando il pubblico si esaltava, quegli applausi gli bruciavano addosso. Come se il destino in persona gli avesse rivelato, la sera stessa, che la compagnia, la sua compagnia, la compagnia che portava il suo nome, sarebbe andata ad altri.
Ormai Andrea ha la sua età e ci avrà pensato, ad un avvicendamento. E, da attore navigato qual è, non gli sarà stato difficile, indossare un sorriso credibile. Capace di dissimulare. Creare con la sua mimica, un gesto sicuro e tranquillizzante.
Ma noi abbiamo colto quello sguardo che ha l’odore di polvere del sipario. E ormai ne siamo certi, che qualcosa sta per cambiare. Non abbiamo detto niente. E siamo qui. Un passo dietro al sipario che si chiude davanti a noi. Per riaprirsi come da liturgia. Contiamo fino al tre per un altro inchino. Uno due tre. Inchino. Applausi.
Sipario.
L’inchino lo faccio anch’io, a te.
addirittura…
una mia grande passione il teatro… e capisco bene ogni volta che si finisce una rappresentazione, sapendo che sarà l’ultima, ti lascia un sapore amarognolo in bocca… anche se ci saranno nuovi spettacoli da preparare e rappresentare.
Sipartio, applausi, sipario, saluti, sipario, buio sul palco
Questa esperienza mi manca. (Il racconto è inventato e non è autobiografico). Ma hai colto l’ “amarognolo” che volevo rappresentare.
Una delle cose che più mi colpiscono di questo racconto è la delicata e allo stesso tempo repentina conclusione: lo spettacolo finisce e rimani lì ad applaudire un epilogo che ti spiace perché ne vorresti ancora. Quindi ti rimangono le sensazioni, la “polvere del sipario” nel naso, cerchi di protrarne nel tempo il ricordo olfattivo, ma amaramente lo perdi quando esci dal teatro, quando incontri i vecchi ritmi e le vecchie luci.
Uno dei miei racconti preferiti da quando ti leggo.
Troppo buono, melanzana, troppo buono.
No Simone, ormai sei un ometto e devi accettare di essere bravo, stacci.
applausi!
Applausi
Applausi…bis!
Applausi!!!!!
Sipario…
Bos! Bis! Bis!
Applausi!!!!
Bis!
Ancora!!
Si ricomincia
Leggo sempre i tuoi racconti tre volte: la prima molto velocemente, la curiosità mi fa correre ed è come se avessi paura potesse sparire da un momento all’altro. La seconda più lentamente, per “gustarmi” il racconto. La terza, quella che mi piace di più, è quella in cui sto attenta alla forma, a come hai scelto le parole. Applausi. Applausi. Sipario. Alla prossima!
Troppo buona. Ti mando la tessera del fan’s club. Che numero vuoi? :)
La numero 3! :)
Chapeau
Molto “visivo” come racconto. Evocativo, se posso permettermi. Tralaltro il personaggio è uno dei pochi, in questi giorni, a cui è venuto un inchino senza conseguenza. E non è cosa da poco. Un saluto e sinceri complimenti.
Daniele
Molto bello :) e, sì, rende in pieno la Sindrome di Stoccolma che prende a fine lavoro.
Grazie Angela